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A Varallo una Biennale che guarda oltre l’arte: il messaggio di pace di Claudia Barbaglia

Ci sono luoghi della Valsesia dove passeggiare e guardarsi intorno è sempre una sorpresa. È una sensazione che provo ogni volta che raggiungo Varallo. Camminando tra le sue vie acciottolate, tra palazzi ricchi di storia, balconi in ferro battuto, piccoli negozi e scorci che riportano indietro nel tempo, è impossibile non lasciarsi affascinare dalla bellezza di questa città d’arte. A dominare il tutto, dall’alto, il Sacro Monte, presenza silenziosa e familiare che accompagna ogni visita.

Domenica 24 maggio c’era però un motivo in più per raggiungere Varallo. Nelle sale e nelle scuderie di Palazzo d’Adda è stata inaugurata la Terza Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea, organizzata dall’Associazione SoffidArte.

Ad accogliere il numeroso pubblico presente sono stati Claudia Barbaglia, ideatrice e curatrice della manifestazione, e il presidente dell’associazione Galeone Demetrio.

Un muro per la Pace

Fin dalle prime parole è apparso chiaro come questa Biennale non fosse soltanto un’esposizione artistica.

Pur lasciando agli artisti piena libertà espressiva, l’associazione ha voluto che un tema fosse presente come un filo invisibile capace di collegare opere, persone e sensibilità diverse: la pace.

Un desiderio nato dalla consapevolezza che nel mondo sono ancora in corso decine di conflitti e dalla volontà di fare qualcosa, anche se piccolo, per lanciare un messaggio di speranza.

Da questa riflessione è nato il “Muro della Pace”, una parete delle scuderie di Palazzo d’Adda sulla quale sono stati raccolti pensieri, poesie, immagini e contributi inviati da artisti e poeti partecipanti alla Biennale.

Un mosaico di parole e immagini che ruota attorno a una grande scritta “PACE” e che rappresenta uno degli elementi più significativi dell’intera esposizione.

L’idea non si ferma qui. Il materiale raccolto potrebbe infatti essere inviato in futuro al Vaticano, affinché questo messaggio possa proseguire il suo cammino oltre i confini della mostra.

Quando le poesie diventano voce e movimento

Tra i momenti che più mi hanno colpito durante l’inaugurazione c’è stata l’interpretazione delle poesie dedicate alla pace.

Le parole dei poeti sono state lette da Sara Caprera e accompagnate dalle coreografie di Adela Hado, creando un dialogo delicato tra voce, musica e danza.

Un momento intenso e coinvolgente che ha saputo trasformare semplici testi scritti in emozioni condivise, accolte dal pubblico con grande attenzione e partecipazione.

Dopo gli interventi dell’Assessore alla Cultura di Unione Montana Valsesia, Attilio Ferla, e della critica d’arte Federica Mingozzi, è arrivato il momento più atteso: la visita alla mostra.

Oltre cento artisti tra pittura, fotografia, scultura e installazioni

La Biennale raccoglie oltre cento artisti provenienti da percorsi e sensibilità differenti.

Dipinti, fotografie, sculture e installazioni occupano le sale del palazzo creando un percorso ricco di suggestioni e interpretazioni.

Tra gli artisti trovano spazio anche i giovani studenti dell’Istituto D’Adda di Varallo e alcuni utenti del CSM, una presenza che contribuisce ad arricchire ulteriormente il significato culturale e umano della manifestazione.

Difficile individuare un’opera migliore delle altre.

Sala dopo sala si viene attraversati da emozioni diverse: colori, pensieri, dubbi, sogni, speranze, fragilità e visioni del mondo che si intrecciano tra loro.

Anche per questo non ho lasciato alcuna preferenza nella votazione aperta ai visitatori. Con il tempo ho imparato che davanti all’arte preferisco ascoltare piuttosto che giudicare.

L’intervista a Claudia Barbaglia

Qualche giorno dopo l’inaugurazione sono tornata a Varallo per incontrare Claudia Barbaglia e approfondire il significato di questa Biennale.

Le sue parole raccontano non soltanto il lavoro organizzativo che c’è dietro una manifestazione di questo livello, ma anche una visione dell’arte come strumento di dialogo, riflessione e partecipazione.

COME È NATO IL “MURO DELLA PACE”

Muro della Pace Varallo

Dietro al “Muro della Pace” non c’è stato un progetto studiato a tavolino, ma una serie di incontri, idee e coincidenze che si sono intrecciate nel tempo. Claudia Barbaglia ha iniziato a contattare artisti e poeti chiedendo semplicemente un pensiero, una poesia o un’opera dedicata alla pace. Le adesioni sono state numerose e, poco alla volta, il materiale raccolto è cresciuto fino a riempire un’intera parete delle scuderie di Palazzo d’Adda. Da lì è nata anche l’idea di dare voce a quei testi attraverso una lettura accompagnata dalla danza. Un progetto nato quasi spontaneamente, ma capace di trasformarsi in uno dei momenti più significativi nel giorno dell’inaugurazione.

Hai scelto di lasciare libero il tema artistico della Biennale, ma allo stesso tempo hai voluto lanciare un messaggio di Pace. Come nasce questo desiderio?

Claudia Barbaglia:
«Nasce innanzitutto dagli eventi che stiamo vivendo e da alcune riflessioni che ho fatto documentandomi. Anche se la nostra attenzione è spesso concentrata su due o tre grandi conflitti, nel mondo oggi sono aperte circa sessanta guerre. Dietro a questi conflitti ci sono popolazioni che soffrono e questa consapevolezza mi ha fatto riflettere.

Mi sono chiesta cosa potessi fare io, nel mio piccolo. Non posso andare in Parlamento o organizzare grandi manifestazioni per la pace, ma mi è tornata in mente quella frase che dice che una goccia d’acqua da sola non è nulla, mentre tante gocce possono formare un oceano.

Così ho iniziato a contattare artisti e poeti chiedendo se avessero qualcosa da condividere sul tema della pace. Sono arrivate poesie, pensieri, immagini. Poi, quasi naturalmente, tutto ha iniziato a prendere forma. Ho coinvolto i poeti partecipanti alla Biennale, che a loro volta hanno coinvolto i familiare e poi, anche gli studenti del liceo d’Adda. Sono nate nuove idee e da una mostra personale di un’artista che espone qui ho preso spunto per la lettura delle poesie. Da lì anche l’idea di affiancare una coreografia di danza.

Adesso stiamo pensando a come dare un seguito a questo progetto. Inizialmente si era parlato anche di inviare il materiale raccolto in una zona di guerra, ma credo che il Vaticano possa rappresentare un luogo simbolico più adatto. In fondo non volevamo parlare di un singolo conflitto, ma lanciare un messaggio universale contro tutte le guerre.»

Quanto è importante per te che l’arte riesca a emozionare le persone?

Claudia Barbaglia:
«È essenziale. Deve emozionare, nel bene e nel male.»

L’arte può essere anche un momento di riflessione e non soltanto un’esposizione estetica?

Claudia Barbaglia:
«Certamente. L’arte può e deve far riflettere. Ci sono opere che colpiscono per la loro bellezza e altre che possono creare disagio o inquietudine. Credo che chi osserva debba ascoltare le emozioni che prova e cercare di comprenderne il significato.»

In un periodo storico segnato da tanti conflitti, l’arte ha ancora la forza di unire le persone?

Claudia Barbaglia:
«Sì. Credo fortemente che abbia la forza di unire le persone al di là dei gusti personali, delle idee politiche, del credo religioso o delle differenze culturali.»

Alla Biennale partecipano anche i giovani studenti dell’Istituto D’Adda. Quanto è importante coinvolgere le nuove generazioni in un progetto come questo?

Claudia Barbaglia:
«È fondamentale, perché loro sono il nostro futuro. L’arte è sempre stata un ambiente difficile e molto competitivo, nel quale pochi riescono davvero a vivere del proprio lavoro.

Ricordo che quando avevo quattordici anni desideravo frequentare il liceo artistico di Novara, ma all’epoca per una ragazza non era una scelta così scontata e non ho potuto farlo.

Per questo oggi considero molto importante il ruolo della scuola: può dare ai giovani motivazioni, strumenti e occasioni per esprimersi. Inoltre questi ragazzi sono davvero molto bravi e meritano di essere valorizzati.»

Quanto conta il luogo che ospita una mostra?

Claudia Barbaglia:
«Conta tantissimo. Le stesse opere, inserite in un contesto non adatto, possono perdere parte del loro valore. Anche la luce e il modo in cui vengono esposte fanno la differenza.

Palazzo d’Adda è una location splendida. Essendo un edificio storico ci sono naturalmente alcuni vincoli, ma abbiamo cercato di valorizzare al meglio ogni opera e di creare un percorso armonioso.»

C’è un’opera che ti ha colpita particolarmente?

Claudia Barbaglia:
«Sì, quella di Cesare Pinotti. Rappresenta un Cristo in chiave contemporanea, circondato da persone che non guardano la sua sofferenza ma sono impegnate a scattarsi dei selfie.

Mi ha colpito molto sia per la tecnica utilizzata sia per il messaggio che trasmette: una riflessione sull’indifferenza verso la sofferenza altrui.»

opera di Cesare Pinotti

Dietro un evento di questa portata c’è sicuramente molto lavoro. Qual è stata la difficoltà maggiore?

Claudia Barbaglia:
«L’organizzazione inizia già nel mese di novembre, quando prendo contatti con il Comune e definisco le date in base alla disponibilità della location.

Questa è la terza edizione e, a parte un piccolo imprevisto dell’ultimo momento proprio il giorno dell’inaugurazione, non ho incontrato particolari difficoltà. Con il tempo si impara dagli errori e si acquisisce esperienza.

Sono inoltre supportata dal presidente dell’associazione Soffi d’Arte, Demetrio Galeone, nonchè mio compagno, che mi aiuta soprattutto nella parte più impegnativa dal punto di vista pratico: l’allestimento delle opere, il montaggio e tutta la preparazione della mostra.»

Cosa speri che il visitatore porti con sé dopo aver visitato la Biennale?

Claudia Barbaglia:
«La bellezza. Quando visito un museo o una mostra mi piace uscire soddisfatta da ciò che ho visto e da ciò che mi è stato trasmesso. Mi porto a casa emozioni, pensieri e anche un po’ di serenità.

Mi piacerebbe che i visitatori della Biennale provassero la stessa sensazione.»

In un mondo sempre più veloce e digitale, le persone hanno ancora voglia di fermarsi davanti all’arte e lasciarsi coinvolgere?

Claudia Barbaglia:
«Io credo di sì e lo vedo proprio osservando il pubblico che visita la mostra.

Entrano anche persone molto giovani, abituate a usare continuamente il cellulare. È vero, fotografano le opere, ma poi si fermano, osservano, leggono. Li vedo coinvolti. Ne ho visti davvero pochi entrare, dare una rapida occhiata e uscire.»

Quali saranno i prossimi appuntamenti di Soffi d’Arte?

Claudia Barbaglia:
«L’associazione organizza due Biennali: questa dedicata all’arte contemporanea e ValsesiArte.

La prossima edizione di ValsesiArte dovrebbe svolgersi nel 2027, sempre nel periodo primaverile. Stiamo valutando di introdurre, accanto al tradizionale tema fisso legato alla Valsesia, una sezione dedicata alla diversità, un argomento che considero molto attuale e importante dal punto di vista umano, emotivo e sociale.»


La Biennale sarà visitabile fino al 6 giugno. Leggi anche questo 👉articolo di approfondimento sulla mostra

E ora il mio suggerimento personale: andate a Varallo, visitate la biennale e se avete del tempo fate un giro per la città. E.. circondatevi di bellezza!
Sabrina.

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