Dal silenzio di Bonaria, la voce di un artista che seppe scolpire la vita.
C’è un silenzio diverso al Cimitero Monumentale di Bonaria, a Cagliari.
Un silenzio che parla attraverso la pietra, nei gesti, nei veli, nei sorrisi scolpiti da Giuseppe Maria Sartorio, lo scultore valsesiano capace di dare un’anima al marmo.
Le sue opere funerarie non raccontano la morte, ma la memoria e l’amore che la attraversano.
Ogni figura sembra respirare, ogni piega del marmo conserva un’emozione trattenuta.
Elisa Mossa, la dolcezza che attende.
Tra le opere più intense, spicca il Monumento a Elisa Mossa (1907): una giovane donna scomparsa a soli diciott’anni, che Sartorio ritrae con verità struggente.
Il padre volle per lei una figura che non fosse solo simbolo di lutto, ma presenza viva, quasi in ascolto — e così Elisa, ancora oggi, sembra attendere qualcuno, con lo sguardo rivolto oltre la vita.
La grazia discreta e la delicatezza del modellato restituiscono l’immagine di un artista capace di coniugare tecnica e sentimento umano.
Il merletto del marmo.
Poco distante, un’altra meraviglia porta la sua firma: la Tomba Giuseppe Todde e Luigia Oppo (1894).
Un velo di marmo, scolpito come un merletto leggerissimo, avvolge la figura femminile.
È una sfida alla materia, una prova di virtuosismo che rivela la maestria assoluta di Sartorio.
Guardandolo da vicino, si ha la sensazione che il marmo si sia fatto tessuto, che la pietra abbia imparato a respirare.
Angeli, infanzie e silenzi.
E poi, ancora, gli angeli che riposano, i bambini che si sfiorano come in un sogno.
Ogni scultura è un racconto, ogni dettaglio una parola non detta.
Sartorio scolpiva la vita, anche quando parlava di assenza.
Nei suoi volti e nei suoi gesti si percepisce la continuità tra chi resta e chi se ne va: una fede laica nella bellezza come forma di salvezza.
Tra la Valsesia e il mare.
Ma per comprendere fino in fondo la voce di questo artista, occorre risalire alle sue origini: nato nel 1854 a Boccioleto, un piccolo paese incastonato nella Val Sermenza, tra le montagne della Valsesia.
Lì, tra i tetti di pietra e i boschi che sanno di resina e di neve, il giovane Sartorio imparò a conoscere la materia, la luce e il silenzio.
Un silenzio diverso da quello dei cimiteri che più tardi avrebbe ornato, ma non meno eloquente: il silenzio delle valli, che parla di fatica, di umiltà e di vita vera.
Forse fu da quella valle che trasse la capacità di dare al marmo non solo forma, ma anima.
Dalla valle piemontese alla Sardegna — dove trovò una seconda patria artistica — seppe tradurre in scultura un linguaggio fatto di rigore e compassione.
Il suo destino ebbe un epilogo misterioso: nel settembre del 1922 scomparve durante una traversata nel Mar Tirreno, lasciando dietro di sé solo ipotesi e una scia di memoria.
Forse non è un caso che un artista tanto legato al marmo — materia densa, immobile, eterna — abbia trovato la propria fine nell’acqua, simbolo di movimento e dissolvenza.
Come se la sua ricerca di leggerezza, di trasparenza, non si fosse mai interrotta.
La voce che resta.
Camminando tra le sue sculture a Bonaria, si ha l’impressione che Sartorio sia ancora lì, a dialogare con il vento che attraversa i cipressi.
Nel merletto del marmo, in un gesto sospeso o in un volto che dorme, si avverte la sua voce silenziosa: quella di un artista che, anche nella morte, ha saputo scolpire la vita.
Ringraziamenti.
Un sincero ringraziamento a Sabrina Filosi, ideatrice e redattrice attenta e sensibile del portale Eventi Valsesia e Alto Piemonte, che ha voluto riprendere il mio scritto su Elisa e su Giuseppe Sartorio.
Mi ha colpito soprattutto la sua passione per questo scultore e, ancor più, la capacità di coglierne l’attualità: il fatto che, a oltre un secolo dalla sua scomparsa, ci sia ancora chi ne segue le tracce e ne ascolta la voce silenziosa.
È così che l’arte continua a vivere — nei luoghi, nelle persone, nei fili invisibili che uniscono le memorie.
Un grazie di cuore anche a Simone Raspino e Lorenzo Spanedda di Cagliari, che mi hanno accompagnato con competenza e amicizia tra le opere di Sartorio al Cimitero Monumentale di Bonaria, di cui conoscono ogni segreto.
Infine, un pensiero di gratitudine ai miei compagni di viaggio — Angela Murgia, Carlo Cherchi, Salvatore Nieddu e David Blok — perché grazie a loro la Sardegna è ormai quasi una seconda casa.
Muralto-Locarno, novembre 2025
Marco Pelosi (edited).












