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Giuseppe Sartorio: l’arte che unisce Valsesia e Sardegna.

L’arte che crea ponti.

A volte non è la terra d’origine a legarci a un luogo, ma un’emozione che nasce davanti a un’opera d’arte.

Oggi, cari lettori, voglio accompagnarvi in un viaggio… un viaggio del quale sono stata resa partecipe anch’io e che ho deciso di raccontarvi. Perché? Continuate la lettura di questo mio post e lo capirete!

Qualche giorno fa un lettore mi ha scritto raccontandomi che sarebbe partito alla volta della Sardegna per scoprire e ammirare da vicino alcune sculture di Giuseppe Sartorio, artista nato a Boccioleto nel 1854 e considerato uno dei più raffinati interpreti della scultura funeraria dell’Ottocento.
Infatti fu definito “il Michelangelo dei morti”.
In questo suo viaggio di scoperta lo hanno accompagnato i cari amici Angela, Carlo, Salvatore e David.

Sartorio lo affascina da anni – tanto che possiede una sua opera – e il desiderio di conoscerlo meglio lo ha portato fino a Cagliari, ma prima ancora qui in Valsesia, in occasione della presentazione di un libro dedicato proprio al Sartorio.

È stato così che ho avuto il piacere di allacciare un rapporto, seppur epistolare, con Marco Pelosi, che vive in Svizzera.

Leggendo il sito, infatti, venne a conoscenza di questa presentazione e mi contattò per alcune informazioni ulteriori. (qui trovate l’articolo dell’evento)

La sua passione per le opere di Sartorio lo spinge continuamente verso nuove scoperte, ed è così che mi ha informata di questo suo nuovo viaggio proprio in Sardegna, terra nella quale l’artista ebbe una proficua attività scultorea.

Una volta giunto in Sardegna, Marco ha visitato diverse città, ma è stata la visita al Cimitero Monumentale di Bonaria – dove ad accompagnarlo sono stati Lorenzo e Simone, due profondi conoscitori del cimitero monumentale, nonché delle opere di Sartorio – a emozionarlo più di ogni altra cosa.

Qui infatti si trova una delle opere più toccanti di Giuseppe Sartorio: la statua di Elisa Mossa, scolpita nel 1907.

Nel suo post, che condivido con il suo consenso, Marco ha raccontato l’emozione provata davanti a quella figura che, da più di un secolo, continua a parlare – anche nel silenzio.

“Di Elisa Mossa avevo già scritto in un post precedente, colpito dalla delicatezza e dalla forza silenziosa della sua scultura al Cimitero Monumentale di Bonaria.

Tornandoci con la memoria, sento che quella figura continua a parlare, come se il tempo non avesse interrotto il suo sguardo.

Davanti alla sua immagine, scolpita da Giuseppe Sartorio nel 1907, il tempo sembra fermarsi.

Aveva appena diciott’anni quando morì, e Sartorio la ritrasse con una grazia composta, quasi sospesa tra la vita e il sogno.

Non c’è dramma nel suo volto, ma una quiete luminosa – come se l’artista avesse voluto trattenere l’anima nel momento in cui si affaccia all’eternità.

Il marmo, nelle sue mani, si fa pelle e respiro. La delicatezza dei lineamenti, la posa raccolta, l’abito che scende con naturalezza: tutto racconta una presenza viva, non un’assenza.

Eppure, dietro quella serenità, si avverte lo strazio di un padre, il commendator Mossa, che volle affidare all’arte il compito di vincere l’oblio.

Tra i monumenti di Bonaria, quello di Elisa ha qualcosa di diverso: non grida, non impone, ma parla piano.

È la giovinezza che si fa eternità, il dolore che si trasforma in gesto d’amore, la bellezza che resiste al tempo.

E forse non è un caso se ancora oggi, più di un secolo dopo, un giovane passa di lì ogni tanto, si ferma e le parla.

Come se quel volto di marmo sapesse ancora ascoltare e restituire – nel silenzio – una forma di presenza che il tempo non ha saputo cancellare.”

Foto di Marco Pelosi, della scultura di Giuseppe Sartorio dedicata alla giovane Elisa Mossa.

 

Un dialogo tra tempi e persone.

Mentre leggevo le sue parole, ho pensato a quanta forza può avere l’arte: riesce a unire epoche, destini e sensibilità.

Giuseppe Sartorio, partito da un piccolo paese della Valsesia, ha saputo incidere nel marmo un linguaggio capace di superare il tempo e le distanze.

Mi piace davvero molto osservare che oggi, un secolo dopo, qualcuno si mette in viaggio per ascoltare ancora quella voce, per sentirla vibrare da vicino, come si fa con una melodia che si ama riascoltare, molte e molte volte.

Non è solo ammirazione per un artista: è riconoscenza.

Perché davanti alla struggente bellezza delle sue opere – nate da un dolore profondo che cerca di farsi luce – ci si sente parte di qualcosa di più grande.

E così un visitatore, un’opera e un maestro valsesiano dell’Ottocento si ritrovano legati da un invisibile filo di gratitudine.

L’eredità di un artista valsesiano.

Giuseppe Sartorio (1854–1922) fu un artista dalla mano straordinaria e dallo spirito sensibile.

Formatosi a Varallo e Torino, lavorò in tutta Italia, specializzandosi nella scultura funeraria, genere che rese poetico e umano come pochi altri.

Le sue opere si trovano a Cagliari, Sassari, Iglesias, Roma e Torino: volti che raccontano la fragilità e la grandezza dell’essere umano, scolpiti con una delicatezza che sembra toccare l’anima.

La sua vita si concluse misteriosamente durante una traversata in mare tra Olbia e Civitavecchia nel 1922.

Ma la sua arte continua a parlare – come dimostra questo viaggio – e continua a far nascere connessioni, curiosità e incontri.

Quando l’arte diventa incontro.

Questa storia mi ha colpita perché ricorda quanto l’arte possa diventare ponte tra persone e mondi lontani.

L’opera di Sartorio ha ispirato un viaggio, un dialogo e un’emozione condivisa.

E, in fondo, non è proprio questo il miracolo più bello dell’arte?

🙏Un caro e sincero ringraziamento a Marco, che ha voluto condividere con me questo suo viaggio – un viaggio fatto di arte, emozione e gratitudine.

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