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Borgosesia: in scena “La Bela Andurmentà d’la Cà di Rait”

L’edizione 2020 del Carnevale di Borgosesia è stata dedicata a raccogliere fondi per il Rifugio L. Gilodi “Ca’ Mea” sul Monte Tovo, che quest’anno festeggia i suoi primi settant’anni.

Giuseppe Gallina, Presidente dell’Associazione Rifugio Monte Tovo, cui quest’anno è stato attribuito il Premio Zanni, ha spiegato come il rifugio sia aperto tutte le domeniche, ma sia necessario renderlo fruibile per tutti, accessibile anche alle persone disabili.

Per raccogliere quanto serve per i lavori si è impegnata anche la Fondazione Valsesia: la Presidente, Emanuela Buonanno, è intervenuta spiegando l’operato della Fondazione di Comunità, che ha subito avuto un grande riscontro: “La raccolta fondi per l’apparecchiatura 3D per l’Ospedale, è fruttata il doppio di quanto ci si prefiggeva di raccogliere, quindi nutriamo buone speranze anche per questo nostro rifugio, che è davvero un simbolo per tutta la Valsesia”.

Il ricavato della serata culturale, € 2300, dei quali € 1800 di offerte e € 500 donati dal  Soroptimist Club Valsesia, è stato interamente devoluto al Presidente Gallina.

“La Bela Andurmentà d’la Cà di Rait” è stata l’attesa commedia brillante di Carnevale, tradizione ripresa dopo la pausa del 2019, messa in scena dalla Compagnia “Gli strampalati”, nata da un progetto del Comitato Carnevale per creare aggregazione tra i componenti dei vari rioni, è stata portata in scena al Teatro Pro Loco il 13 febbraio. Nel 1937 a Borgosesia si festeggiavano i cinquant’anni di sfilate dei carri e le nozze d’oro tra Peru e Gin, in quell’anno al Mercu Scurot suscitò grande scandalo la presenza di una ragazza tra i cilindrati, che a sera fu ritrovata completamente ubriaca nella Galleria Frascotti e portata a casa del Peru, che era il medico condotto Giovanni Borbotto, amico dell’avvocato “di lungo corso” Amedeo. La notizia interessò anche la locale stazione dei Carabinieri con Maresciallo e Appuntato, che dovevano interrogare per primi la ragazza, ma era giunta anche al giornale locale, Corriere Valsesiano, che invia Felice Caccavo, un fantasioso giornalista dallo spiccato accento pugliese, a casa del Peru per indagare. Nella sala d’attesa dell’ambulatorio, accolti dalla sorella del medico, Virginia, “acida, vergine e resga”, si alternano pazienti originali: da Paride che si vuole far scrivere tutte le medicine che ottiene gratuitamente, perché estratto ad una lotteria della mutua, per rivenderle a metà prezzo, alla sposina di Cellio che ha problemi con il marito, alla suora artritica, che sa molte più cose di quanto si potrebbe supporre. Nel dipanarsi della vicenda si scopre chi ha fatto bere la ragazza fino al totale stordimento, offrendole una grappa: l’avvocato, amico del Peru, che nutriva un interesse particolare per la bella sconosciuta. La vicenda prosegue con un ritmo serrato, animato da continui colpi di scena fino al gran finale, che sorprende tutti.

Gli interpreti, tutti attori dilettanti locali, diretti dal regista Rosario Petralia in cinque mesi di prove, sono stati davvero brillanti. Il linguaggio, un vero calembour linguistico tra dialetto borgosesiano e valsesiano, frutto di un’accurata ricerca storica, intercalato con la caratteristica inflessione veneta e il dialetto pugliese, rappresentava un’Italia che si rimescola e trova la chiave per capirsi e farsi capire, riconoscendo nel Carnevale un momento unificante.

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