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Guardabosone: anche Piero Motta per Artisti Pionieri

A stare troppo affacciati alla finestra talvolta si dimentica di vivere, ma non è questa la storia dei personaggi creati per Guardabosone dall’Artista del mondo, ma anagraficamente di Lozzolo, Piero Motta.

 

Dal 2000 Piero Motta crea utilizzando rottami, per realizzare le sue opere gli bastano una saldatrice a elettrodo, e non a filo, ed un flessibile: “Non violento i materiali, semplicemente li assemblo in modo creativo. Taglio, piego, saldo: inseguo l’arte del levare per cercare l’essenziale”.

Antichi attrezzi agricoli antropomorfizzati – che per tanti anni avevano servito docili le mani dell’uomo per lavorare una terra alquanto avara di frutti, ma dissodata con costanza e determinazione fino a ricongiungere quell’antica alleanza infranta ai tempi dei progenitori – sono stati messi in “vetrina”, dietro la grata di una finestra per finalmente riposare
osservando l’affaccendarsi di umani curiosi che si avventurano nell’antico ricetto, alla ricerca di risposte “più alte” di quelle che il nostro tempo dispendioso offre.

Piero Motta ridà vita a tutti quegli oggetti che la società elimina, ingaggiando una continua lotta con tecniche e materiali, in un’inesausta sperimentazione, complice una poetica sensibilità nell’intersecare forme di diversa natura: crea la sua Utopia, il sogno di un mondo migliore. Un critico d’arte sensibile (M.E. D’Ippolito) di lui scrisse: “Non scolpisce la materia, ma forgia, percuote, modifica, assembla e salda materiali che la società di oggi rifiuta. Egli crea con gli scarti metallici del consumismo, che raccoglie ovunque, e con la sua profonda poesia e creatività, guidato dalle percezioni del suo animo sofferente, dona loro la vita, le trasforma in opere di indiscusso valore dense di significati e di accorati messaggi, le fa parlare e comunicare sensazioni e valori umani, onde far riflettere per tentare di sensibilizzare questo mondo caotico e privo di valori veri dell’umano essere”.

Nella casa di Lozzolo trovano ospitalità i “rottami della vita”, vecchi pezzi di ferro che erano stati parte di un ingranaggio o di un attrezzo, poi, invecchiati e deteriorati, sono stati impietosamente sostituiti, dimenticati e messi da parte. Questo non ricorda qualcosa? In un mondo dove trionfano la forza, la bellezza e soprattutto la capacità di produrre e consumare, l’esperienza e la saggezza sono passate in secondo piano: i vecchi umani (il termine non è dispregiativo, ma semplicemente connotativo delle persone che hanno alle spalle una lunga teoria di anni) relegati ai margini della società produttiva, come se non avessero più nulla da offrire, se ne stanno tristemente affacciati a guardare
scorrere la vita degli altri.

Le creature di Piero ricordano la malinconica semplicità dell’Uomo di latta, uno dei personaggi del romanzo per ragazzi: Il meraviglioso mago di Oz, scritto da L. Frank Baum. Prima di ridursi in quello stato, egli era un ragazzo in carne ed ossa, figlio di un taglialegna che viveva nella foresta con il padre e la madre vendendo il legno ricavato dagli alberi. Per un maligno incantesimo perse prima le due gambe e poi, man mano, tutto il corpo per colpa della sua stessa ascia. Grazie all’aiuto di un abile fabbro venne però ricomposto e fu trasformato così in un taglialegna di latta senza cuore. L’incontro con Dorothy e lo Spaventapasseri lo indusse a unirsi a loro per recarsi dal grande mago di Oz per chiedergli un cuore, mentre la bambina voleva tornare a casa e lo Spaventapasseri desiderava un cervello. Lo strano trio scoprì però che quello non era un vero stregone, ma un povero uomo perdutosi dopo un viaggio in mongolfiera. Desideroso di riscattarsi, il grande imbroglione tentò di esaudire comunque i doni e mise nel petto dell’uomo di latta un piccolo cuore foderato di seta.

Piero fa invece questo prodigio con le sue creature: restituisce a ciascuna la sua vera natura, si diverte a dare forma alle cose, rendendo loro una vita. Nel Giardino Rotamico di Piero Motta, a Lozzolo, ci si trova immersi in mille storie, che riportano tutte al loro creatore, l’eclettico artista. Ogni opera ha un nome, spesso antifrastico, che rimanda al messaggio immediato, diretto: “Abbìno titoli ed intenzioni”.

Auto-ironico, disincantato, Motta si definisce: “Pazzo lucido”, e forse davvero lo è, della follia consapevole di alcuni personaggi pirandelliani, dei quali si trova la massima espressione nell’Enrico IV. La commedia è uno studio sul significato della pazzia e sul tema caro all’autore del rapporto, complesso ed alla fine inestricabile, tra personaggio e uomo, finzione e verità. Enrico è vittima non solo della follia, prima vera, poi simulata, ma dell’impossibilità di adeguarsi ad una realtà che non gli si confà, essendo ormai stritolato dal ruolo fisso del pazzo.

Motta, artista di fama riconosciuta, ha sue opere in giro per tutta l’Italia. Le cernie: una è da tre anni immersa nei fondali di Bergeggi, monitorata attraverso apposite telecamere, la seconda, dopo essere stata esposta accanto al Cristo degli Abissi, è ospitata al Museo della subacquea di Ravenna, mentre due sono ancora a casa. Un oggetto icona di questo artista è la lisca, significa arrivare al cuore, eliminando davvero tutto il superfluo: “E’ riciclata due volte”. Una copia è esposta al Museo del Mare a Genova, ed è stata scelta come logo dalla Ditta che appalta il servizio di raccolta rifiuti della città. La Precarietà del lavoro è stata tradotta come ricerca di un difficile equilibrio. Recentemente Re-Ciclo è stato esposto sul tetto dell’Ufficio postale di Scopello, in occasione della tappa a Mera del Giro d’Italia. La genialità è saper vedere la stessa cosa che guardano migliaia di persone, ma in modo diverso, mettendosi in ascolto di quell’armonia misteriosa dell’Universo, che pervaderà Guardabosone nella magica giornata in cui verranno presentati i “Sette Pionieri”.

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