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Guardabosone: Jacopo De Dominici ad Artisti pionieri

Omaggio alla donna Valsesiana

Un’antica donna scese dalle valli a Varallo, dove sostò in Biblioteca, poi passò nel cuore delle vecchie contrade ed infine Cesare Locca se ne innamorò e la rapì, portandola a Guardabosone, offrendole ricovero sotto un fienile.

La scala a pioli per salirvi ora è appoggiata orizzontale, a riposo, ma il muretto alla base della straiga, può diventare la posa per quella cappia: (gerla valsesiana ad intreccio rado, usata per erba, fogliame, o oggetti ingombranti, fatta di betulla) colma della storia di una vita agra, che scappa da tutte le parti. Il capo della donna antica è coperto, come era tradizione delle nostre Valli, le mani sono grandi e forti, sanno impugnare una meula o un falcetto, ma anche accarezzare le gote di un
bimbo, o tenere un ago per creare i nodi dell’armonioso puncetto. Enrica Caccia, amministratore di Guardabosone, ricorda la somiglianza della figura del quadro con una signora che visse qui e rincasava dalla campagna con pesanti carichi sulle spalle.

Jacopo De Dominici, varallese, restauratore ed artista dell’anima, che non ama apparire e ha fatto della gentilezza e della discrezione le sue cifre esistenziali, ha donato a Guardabosone il grande quadro, nato dal recupero di una tela, che volutamente ha mantenuto i suoi segni di vita: raffigura una donna valsesiana, l’anello forte di una valle spopolata delle presenze maschili, che emigravano con una professione in mano e non perdevano la strada di casa. Quel quadro non è un’idealizzazione, ma un ritratto, nato da una fotografia di suo padre Fermo, scattata negli anni Settanta, scelta perché mostrava la fatica, ma anche l’orgoglio, la capacità di saper reggere le sorti della propria vita, soprattutto in condizioni difficili. La parte inferiore della figura è stata solo abbozzata nei volumi e sfuma nel grigio di un corpo appesantito dagli anni, ma ancora robusto.

Jacopo De Dominici ha frequentato il liceo artistico e successivamente la Scuola d’Arte a Novara. svolge la sua attività di restauratore nel laboratorio del padre: ama definirsi artigiano, ma è un artigiano poliedrico, che sconfina nell’arte originale, spaziando dal disegno alla pittura, dalla musica alla scultura su pietra ollare e marmo: “La materia oltre a guardarla bisogna anche toccarla per percepire tutto il suo fascino”. E’ stata proprio la pietra che lo ha avvicinato alla scultura, quella pietra che il padre gli metteva tra le mani quando era bambino per tenerlo occupato.

Questo giovane artista si confronta con il presente senza però dimenticare la lezione dei classici, “locupletando” (arricchendo secondo l’intenso significato etimologico della parola, che letteralmente significa: “ricco di terre”) le sue figure in cui la fatica è connotazione esistenziale. Conosce i volumi nati modellando e levando materia, e continua la sua ricerca anche nella “prigione” del bi-dimensionale, usando le sfumature, ma soprattutto non completando mai del tutto visi e corpi, quasi per lasciare spazio agli occhi e al cuore dello spettatore. I volti hanno occhi che interpellano, pongono domande, affrontano la vita a testa alta.

Al viaggiatore curioso che la incontra l’antica donna non sorride, ma inizia un lungo racconto, che incuriosisce anche alcune singolari figure dietro una grata.

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