Reportage eventiRomagnano Sesia

A Romagnano Sesia: presentato il libro di Margherita Oggero

"La Viata è un cicles"

Il Museo Storico Etnografico di Romagnano sabato 14 aprile ha ufficialmente inaugurato le attività del 2019 con una affollatissima presentazione del romanzo giallodella scrittrice torinese Margherita Oggero: “La vita è un cicles”.

Il Presidente del Museo, Franco Tinelli, ha ricordato che l’incontro è stato organizzato grazie alla collaborazione di Laura Travaini, scrittrice e Presidente dell’Associazione: “Scrittori e sapori”, e si inserisce nella rassegna: “Nero noir black”, un programma di iniziative che si svolgono tra Cusio e Novarese, tracciando un percorso culturale ed enogastronomico che gioca sul colore nero, legando la letteratura e i cibi dai toni scuri, e quindi per il Museo di Romagnano il vino rosso: “Il prossimo appuntamento del Museo sarà il 5 maggio, con la Giornata dell’Eccellenza FAI, organizzata dal FAI Giovani della Delegazione della Valsesia, seguirà l’allestimento di una mostra di abiti d’epoca, in collaborazione con il Museo di Oleggio, in cui sarà esposto anche un prezioso vestito, donato dalla famiglia Dionisotti, del quale a breve sarà ultimato il restauro”.

Dopo il saluto del Sindaco di Romagnano, Cristina Baraggioni, e di Laura Travaini, che ha ringraziato Patrizia Grai, che fa parte del Consiglio Direttivo del Museo, compagna di scuola alle magistrali, che è stata l’anello di collegamento con il Museo, Stefano Fanzaga, responsabile del Museo, seduto a un tavolino con davanti una bottiglia di “Vino del Museo” e un vassoio di Busarole, i biscotti tipici di Romagnano, ha dialogato con la scrittrice che ha esordito nel 2002 con: “La collega tatuata”, ricordando che nel 2015 vinse il prestigioso Premio Bancarella con: “La ragazza di fronte”.

“Dall’età di diciannove anni ho lavorato alla RAI, centro di produzione di Torino, scrivendo programmi radiofonici, ma fin da piccola amavo e praticavo la scrittura: giovanissima scrivevo dei piccoli racconti di fantascienza in collaborazione con il fidanzato di allora, per un piccolo editore di Milano, che ci pagava pochissimo”.

Per Margherita Oggero scrivere gialli è più facile rispetto ad altri generi letterari perché ci sono alcune “certezze”: “Sai che ci deve essere un crimine, e poi c’è un’indagine per scoprire il colpevole”.

Stefano Fanzaga ha ricordato che la Oggero è stata definita la vera erede di Fruttero e Lucentini: “E’ un confronto lusinghiero, che forse si riferisce all’ironia piemontese, a volte un po’ cattiva, ma che è anche autoironia: una delle spie è il dialetto che talvolta si esprime con un’irriverenza straordinaria”.

“La vita è un cicles”è un giallo ambientato a Torino, città dove Margherita Oggero è nata, ha insegnato e vive, ma non è la Torino aulica della “Sabaudage”, ma quella della periferia nord-est, della Barriera di Milano, abitata da chi era immigrato per necessità, come successe ai vercellesi, a inizio Novecento, dopo una malattia che distrusse i raccolti di riso, poi nella seconda metà degli anni Venti arrivarono i veneti, cui si aggiunsero dopo la seconda Guerra Mondiale, gli immigrati dell’alluvione del Polesine, e poi arrivarono gli immigrati dal centro-sud, ma i veneti sono quelli che hanno mantenuto un legame più forte, forse proprio grazie al dialetto, che viene parlato sia in famiglia che fuori, collante per un forte legame identitario. La stessa parola “cicles” è tipicamente piemontese e filologicamente corretta per definire quella “novità” che arrivava dall’America, e trova un’eco in un articolo di Primo Levi, raccolto nel volume, uscito nel 1985: “L’altrui mestiere”, una raccolta di articoli pubblicati sul quotidiano torinese La Stampa nel 1985, che si intitolava: “Segni sulla pietra” e parlava proprio delle macchie rotonde biancastre, grigie o nere, lasciate dalle gomme da masticare sputate per terra, che resistono a tutto in bocca e sui marciapiedi, quasi come se fossero una metafora della vita che resiste e si perpetua,“resistendo” a tutto quello che accade. Il bar di proprietà di un veneto, dove viene ritrovato un cadavere,è in Corso Vercelli ed è gestito dal figlio Gerry, un tipo non proprio sveglio, aiutato da Massimo, laureato in lettere antiche, che al mattino presto fa l’apertura, prepara le brioches e i panini.

I temi sottesi alla trama sono il degrado delle periferie, ma soprattutto la “mancata manutenzione degli affetti, che arrugginiscono, deperiscono e scompaiono”. La copertina con due piedi femminili calzati con scarpe tacco 12, che si invischiano in un “cicles”,fa intuire l’importanza dei personaggi femminili: dalla madre di Massimo, maestra d’asilo, “femminista non talebana”, alla fidanzata di Gerry, un po’”truzzarella”, però realistica, intelligente e con un grande slancio affettivo.
Nello spazio dedicato alle domande è emerso il modo di lavorare: “disordinato”, “blanblinante”, “discontinuo”, di Margherita Oggero, che dà corpo ad una scrittura intrigante ed affascinante.

La conclusione del pomeriggio letterario è stata all’Osteria del Museo, per assaggiare una Busarola e sorseggiare i vini del Museo.

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