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A Serravalle Sesia, si è parlato dell’era napoleonica

Dopo la presentazione del libro di Rosella Osta Sella dedicato a Don Rino Ferraro, che il 28 luglio ha inaugurato il nuovo spazio conferenze ricavato all’interno del Museo di Storia d’Arte e d’Antichità Don Florindo Piolo, presso il Castello degli Avondo, in Via Torchio n. 6, arredato con comode poltroncine ed un videoproiettore, acquistati grazie ad un bando ed all’aiuto del Comune, venerdì 6 settembre, sono ripresi gli Incontri al Museo, patrocinati dal Comune di Serravalle Sesia, curati dall’Architetto Andrea Musano, con una conferenza di Piersergio Allevi e Roberto Gobetti, che erano intervenuti già più volte negli anni precedenti, raccontando la storia utilizzando spezzoni di film, che questa volta hanno presentato: “Moda e modi dell’epopea napoleonica”, utilizzando il film: I duellanti di Ridley Scott .

In occasione della presentazione sono stati presentati documenti inediti di “coscritti”, le lettere di due serravallesi che avevano militato nelle armate napoleoniche: Jacques Croso, sergente, che scrive dal nord della Polonia al confine con la Russia e Jacques Biglia, che descrive il percorso del fronte partendo dalla Bretagna, Normandia, passando poi in Spagna e arrivando fino a Lisbona con la Grande Armèe, passando da soldato semplice a caporale. Di Giacomo Antonio Croso, Don Florindo nella sua Storia di Serravalle, riporta la lettera inviata al fratello da Boulogne Sur Mer, Normandia il 3 maggio 1806, con allegato un disegno nel quale si ritrae in uniforme, al braccio di una graziosa signorina.
Una volta ancora il Museo Piolo si pone come Museo di Comunità, offrendo l’occasione per raccogliere e custodire le memorie di Comunità.

Macro-storia e micro-storia non sono mai parallele, ma si intersecano, anche in un piccolo Comune del vercellese, che diede soldati alle armate napoleoniche, e uno in particolare, descritto dal poeta serravallese Gianni Biglia Al suldà ‘d Napuliun, che non uccise mai nessuno, non ebbe mai medaglie al valore, ma conservò quella che gli aveva affidato la sua mamma: la medaglia di Sant’Euseo.

Allevi e Gobetti hanno portato un manichino che indossava una replica fedele della divisa napoleonica, reggimento 111, che era composto esclusivamente da italiani che aveva fatto la campagna di Russia. Nel periodo napoleonico sia per gli uomini che per le donne si diffuse la moda alla ussara e quindi Allevi ha parlato degli ussari, corpo militare nato nell’antica Ungheria nel Quattrocento, considerati i “pirati da terra”, che indossavano una caratteristica e pittoresca
uniforme, composta da Dolman, giacca corta e attillata, di panno pesante, ornata di astrakan e guarnita con alamari, Pelisse, una corta giacca di pelliccia, che di solito veniva indossata appesa alla spalla sinistra per evitare tagli di spada, e Shakò, alto berretto a visiera cilindrico o tronco-conico, il cui scopo era duplice: intimorire gli avversari e fornire una
parziale protezione al capo dei soldati, in ragione della sua altezza, dai fendenti di sciabola della cavalleria. Nell’anima in cartone potevano essere riposti alcuni capi del vestiario personale. I fianchi erano cinti da una cintura a più giri, e la sciabola era appesa al polso con un laccio, la Dragona, che consentiva al cavaliere libertà di movimento.

Al termine della serata è stata ripresentata la “sciabola dell’ussaro”, un’arma scoperta da Allevi nelle collezioni del Museo Piolo, interessante perché appartenuta a un soldato e non ad un ufficiale e quindi molto più rara, ed è stato mostrato come veniva utilizzata in combattimento.

Il prossimo appuntamento al Museo sarà venerdì 11 ottobre: Alessandro Zolt, che con Alberto Lovatto nel novembre 2015 aveva presentato la produzione di scacciapensieri in Valsesia, analizzando le ribebe conservate al Museo Piolo, presenterà il volume: “La Ribeba in Valsesia”.

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