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“Baragiotta e Cascinali” conferenza di Claudio Sagliaschi

Venerdì 22 novembre, lo storico pratese Claudio Sagliaschi alla “Briosca dla Bundansia” (Ex Scuole Elementari di Baragiotta), ha parlato di: “Baragiotta e Cascinali. Storia, coltivazioni e ambiente”, seconda conferenza di un breve ciclo di incontri organizzati dal Comitato Carnevale delle Frazioni, con il patrocinio del Comune di Prato Sesia, del Club per l’Unesco Terre del Boca, e del FAI Delegazione della Valsesia.

Come premessa all’intervento di Claudio Sagliaschi, è importante ricordare il contributo offerto dal compianto Francesco Cimmino Gibellini – studioso di storia locale, autore di articoli, saggi, che tornava spesso nell’amata casa di famiglia, il luogo in cui si era sedimentata una storia di secoli, dove è conservato il ricco archivio, perfettamente riordinato – che partecipò attivamente alle serate pratesi di storia e cultura, organizzate dalla Pro Loco di Prato Sesia, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del XXI secolo, tenendo conferenze dedicate a: Il Sopramonte di Prato nel Medioevo, Vita contadina nelle cascine di Prato nel Seicento, I Castelli della Bassa Valsesia.

Claudio Sagliaschi, proprio partendo dal toponimo “Baragiotta”, molto antico, di origine celto-ligure, che significa: terreno argilloso e compatto, incolto, diventato antrotoponimo, ha ricostruito la storia della frazione e dei suoi abitanti dal Cinquecento: “I Baragiotta sono famiglie stabili in questa zona almeno dal 1500, e si ha notizia certa che già nella seconda metà del Cinquecento e i primi decenni del Seicento dei Barazotta hanno stipulato atti notarili per diversi acquisti in Valsesia come cavalli, giovenche, muli e anche meliga probabilmente da semina. Si suppone quindi che sia almeno dall’inizio del 1500 che si possono datare le prime abitazioni della frazione, salvo che facendo dei sondaggi nelle antiche case si trovi una costruzione fatta a spina di pesce, ed allora in quel caso bisogna arretrare di altri cento anni. Chi poi abbia costruito la prima casa della frazione non è dato sapere al momento, se uno di loro stessi, oppure un nobile che insediò come massaro un Barazotta. In ogni caso si ebbe in seguito un allargamento delle famiglie con conseguente costruzione di altre abitazioni vicine a quella originaria fino a diventare l’attuale frazione”. La ricerca si è poi estesa agli abitanti, complicandosi non poco: “Per la sola Baragiotta posso solo dire che nel 1803 erano presenti tredici nuclei famigliari per un totale di ottantadue persone”.

Sagliaschi ha poi specificato che Baragiotta non può considerarsi come un semplice sito abitativo, perché raggruppa nella propria vicinanza una serie di cascine che fanno diventare quel luogo il punto di riferimento principale per gli abitanti sparsi della comunità, che tutti insieme erano e sono definiti: “I cascinali”, passati in rassegna analiticamente, partendo da quelli che fanno da corona alla collina del Colmetto e del Vaglio, costruiti lì, ai piedi della collina, per motivi strategici e logistici: Cascina del Colmetto Inferiore chiamata anche Chiaplina o Zuplina ora divisa in due e abitata dai Guglielmettti e De Vecchi: “E’ sicuramente del 1500 se non precedente”. Cascina del Colmetto Inferiore o della fornace chiamata anch’essa Chiaplina. Era chiamata anche della fornace perché, davanti ad essa, vi era una fornace di mattoni: “Come costruzione risale anch’essa al 1500, ma forse è anche precedente in quanto sono visibili sassi di fiume intervallati da file di mattoni”. Cascina del Colmetto Superiore o della Maschiotta e della Massarotta, ora della famiglia Tognotti: “Risalente al Seicento, è quasi interamente costruita con mattoni fatti a mano, ed il nucleo originario presentava volte a botte”. La Cascina di San Nazaro o della Madonna, adiacente alla chiesetta, è certamente una delle cascine più antiche di Prato perché la muratura originaria è a spina di pesce e pertanto risale almeno al Quattrocento. Ora è proprietà di Nicoloso. La Cascina Galletti deve il suo nome a Bartolomeo Galletti, che si presume l’abbia fatta costruire nella prima metà dell’Ottocento, un personaggio davvero originale, del quale Sagliaschi ha tracciato un vivace profilo, ripromettendosi di approfondire le ricerche. Cascina Massara o al Gallo o Veranza: è certamente una cascina cinquecentesca del 1500 e fu chiamata Massara in epoca recente, dal nome del proprietario farmacista grignaschese. Cascina Cappadino: la struttura risale al XVII secolo, però presenta una particolarità nella costruzione: alcuni muri sono in sassi e mattoni, ma non gli abituali sassi di fiume, ma grosse pietre tagliate e di diverse tonalità di colore, che la proprietaria, Ortensia Gibellini, ha voluto mantenere a vista, anche all’interno dell’edificio.

Cascina Guardasole o Roccolosa: situata sulla collina un tempo chiamata Guardasole, tutta coltivata a vigneto fin dal Seicento. E’ probabile che la cascina sia nata dalla trasformazione di un roccolo precedente: è sempre stata di proprietà dei Gibellini, ma recentemente è stata acquistata dalla famiglia Guglielmi. Cascina della Gibellina o di San Michele, risalente a metà del Seicento secondo il conte Gibellini: “Di epoca precedente secondo me, basandomi su un documento del 1602, dove si parla chiaramente di Cassina della Gibellina di proprietà di Prospero Tornielli”. Cascinali di Cà Spagna: tale nome secondo il Gibellini venne dato perché in quel luogo si accamparono le truppe spagnole nel 1617.

Per la Cà Spagna è stato ricordato l’attentato incendiario che la colpì il 29 gennaio 1843 e che coinvolse le abitazioni di nove famiglie: verso le due del pomeriggio mentre quasi tutti gli abitanti si trovavano alla chiesa parrocchiale per la dottrina cristiana – dice il documento – un individuo – rimasto sconosciuto – appiccò il fuoco in tre punti diversi del piccolo gruppo di case. Cascinali di Cà Bianca: nascono da un’unica cascina denominata: “La casa del Torniello”, molto antica, di origine medievale. Cascina Granda o Lusciola o dei Tognoni: è una cascina molto grande risalente al 1600, quando era proprietario Battista Ramella, alla fine del secolo venne acquistata dalla famiglia Gibellini, nel 1880 vi dimoravano ben sei nuclei famigliari per un totale di trentatré persone. Le ultime due cascine di recente costruzione, adiacenti alla Baragiotta, sono la Cascina dello Strobino, che risale a fine Ottocento ed è costruita con grossi sassi
intervallati con mattoni pieni e la Cascina del Mulino, anch’essa costruita a fine Ottocento. La cascina è chiamata del mulino perché era provvista di un mulino per la macinatura del grano, che fu modificato e poi rimosso per far posto ad un brillatoio del riso rimasto fino a pochi anni fa, infatti negli anni Quaranta dell’Ottocento si diffuse sul territorio la coltivazione delle risaie, che si espandettero anche in alcuni fondi nella parte verso la Sesia, grazie ai canali irrigatori, nella zona della Cà Bianca e nella zona della Baragiotta.
E’ stata poi sottolineata la presenza della strada di collegamento – la Mercanda – tra il borgomanerese e la Valsesia utilizzata soprattutto per il trasporto di merci considerata l’impraticabilità fino ai primi del Novecento della Traversagna, che nel tempo precedente era poco più di un sentiero ripido e insicuro, strada che esiste tutt’ora: “Tranne il pezzo dove ha costruito la Lauro che ha usurpato quel pezzo di strada comunale chiudendone il passaggio”.

Concludendo la sua articolata esposizione Sagliaschi ha parlato dell’Oratorio della Madonna delle Grazie o della Neve, posto sulla collina chiamata un tempo di San Nazaro, della Cappella di San Desiderio che sorgeva a pochi metri dalla strada Mercanda: “Purtroppo è andata persa ed è rimasto solo qualche pezzo di muro perimetrale”.

Nell’articolata relazione non poteva mancare un accenno alle numerose osterie, alla scuola di Baragiotta e al cimitero di Prato.

Concludendo Sagliaschi si è soffermato sulle coltivazioni: i vigneti, la coltura del gelso per alimentare i bachi da seta, infatti da metà Settecento a Prato esisteva una filanda e filatoio di seta, e la coltura della canapa. Con il tempo sparì la canapa con la sua pista: “Sinceramente è quello che mi dispiace di più, perché sono trent’anni che mi batto per farla rivivere perché è l’unica ancora presente in tutta la Valsesia, ed è per questo che a mio avviso è ancora più importante del mulino stesso”.

Le due relazioni di Vettorello e di Sagliaschi sono state seguite da un pubblico numeroso ed attento, che è intervenuto ponendo numerose domande ai due relatori, che potranno costituire validi argomenti da approfondire, e magari da esporre in un nuovo ciclo di conferenze.

 Piera Mazzone

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