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Prato Sesia: si è parlato delle nostre origini con A. Vettorello

BARAGIOTTA: ALLA SCOPERTA DELLE NOSTRE ORIGINI
CONVERSAZIONE DI ARDUINO VETTORELLO: “Crete, fornaci e fornaciai a Baragiotta”.

Il Comitato Carnevale delle Frazioni, con il patrocinio del Comune di Prato Sesia, del Club per l’Unesco Terre del Boca, e del FAI Delegazione della Valsesia, alla “Briosca dla Bundansia” (Ex Scuole Elementari di Baragiotta), ha organizzato due incontri dedicati alla scoperta delle origini: “Dobbiamo avere sempre presenti le nostre radici, anche se umili, perché sono il legame con il nostro passato”

Il primo incontro si è tenuto venerdì 15 novembre: Donato Zanolo, Presidente del Comitato Carnevale, il Sindaco di Prato, Alberto Boraso, il Capo Delegazione del FAI Valsesia, Mario Manfredi, lo storico Claudio Sagliaschi e Silvia Rovario, Consigliere Comunale con delega alla Cultura, hanno introdotto la serata nel salone gremito.

Arduino Vettorello, nato a Prato ottantatré anni fa, dopo una premessa nel dialetto di Prato, ha parlato di: “Crete, fornaci e fornaciai a Baragiotta”, l’attività che ha caratterizzato nei secoli la frazione, ringraziando Claudio Sagliaschi che gli ha fornito i documenti storici citati nella conversazione.
“La nostra terra, l’è bèla rossa, è una terra forte, ricca di ferro, di silicato d’alluminio, che rende refrattario il mattone quando è ben cotto”: dal Cretaceo, trecento milioni di anni fa, quando la Tetide, mare caldo, lambiva il territorio, nacquero i banchi di creta del Piano Rosa, mentre quelli di Baragiotta sono frutto del Supervulcano, risalente a settanta milioni di anni fa. Un lago glaciale, scomparso tremila anni fa, quel leggendario Lago Clivio, fatto prosciugare dalla regina Corduba per recuperare il cadavere del figlio annegato, occupava il territorio tra Prato e Grignasco. Si crearono
potenti banchi di terra creta, che furono l’origine dello sfruttamento delle fornaci, fin dall’antichità. I mattoni venivano chiamati “pietre” fino al Settecento, per la loro resistenza dopo la cottura. Cave e forni dovevano essere vicini, per contenere i costi il più possibile: i forni antichi erano alimentati a legna ed erano costruiti per l’occasione, non per durare dunque ma per la necessità contingente. L’attività delle fornaci è documentata in atti notarili, che Vettorello ha citato come esempi: “Nel 1612 fu stipulato un contratto tra chi aveva interesse ad avere i mattoni e chi era capace di fare i mattoni, per la costruzione di ventimila pietre e novemila coppi”. Nel 1745 un altro contratto venne stipulato con lo stesso schema tra Mostino Carlo Luigi e Carlo Damio. In un atto del 1843 si elencava l’inventario dell’impianto che veniva dato in gestione all’appaltatore per costruire i mattoni. Dalla mappa Rabbini del 1866 emerge come a Baragiotta esistessero ben sei fornaci. Con la rivoluzione industriale per cuocere i mattoni venne brevettato il forno a riflessione,
forno Hoffmann, un complesso industriale per la cottura di laterizi con funzionamento in continuo, di forma ovale con dodici camere in cui i mattoni venivano messi a cuocere, che, dai primi anni del Novecento, fu gestito dalla famiglia Baragiotta. La terra creta veniva scavata a mano, impilata, trasportata prima con i “tombarelli” poi con la “decauville”,
accumulata, scartando quella dove c’era più ghiaia, lasciata ferma un anno, affinché acqua e gelo la lavorassero, favorendo l’ossidazione del minerale cavato, ripresa l’estate successiva dai fornaciai che la modellavano e la mettevano negli stampi, che venivano poi riversati sul piazzale che si riempiva di mattoni di creta. Quando i mattoni erano secchi, non più friabili, venivano raccolti e disposti su ripiani a più piani, al riparo di tettoie. Nel tardo autunno iniziava l’operazione di cottura nel forno Hoffmann, condotta da un tecnico esperto che veniva assoldato da fuori. La temperatura di cottura doveva essere compresa tra i 500 e i 600 gradi. Era un lavoro molto faticoso e poco remunerativo che la gente del posto rifiutava: Vettorello ha ricordato l’apporto a queste operazioni dato dai lavoratori friulani. La
produzione dei mattoni a Baragiotta finì negli anni Settanta con i Nicoloso, quando si esaurì la cava di creta. Nel dibattito successivo ci sono stati numerosi interventi perché molti dei presenti ricordavano le cave e l’attività di produzione dei mattoni, ma anche la presenza nelle pozze d’acqua del “Persico Sole”, o pesce aeroplano, coloratissimo e immangiabile.

Venerdì 22 novembre alle ore 21, Claudio Sagliaschi parlerà di: “Baragiotta e Cascinali. Storia, coltivazioni e ambiente”.

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