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Sacro Monte: inaugurata la mostra di Carlo Maria Re

Sabato 13 luglio al Sacro Monte di Varallo, nell’Oratorio del Santo Sepolcro, è stata inaugurata la mostra retrospettiva: “Uno sguardo al cielo” di Carlo Re, scomparso prematuramente nel 2013, che ripercorre un cammino di vita e di ricerca in ascesa, caratterizzato dalla leggerezza del cuore e dello sguardo.

I visitatori sono accolti da un grande ritratto dell’artista, realizzato dall’Amico Pietro Chiodo, che pare invitare ad entrare nel suo mondo, mentre lo sguardo racchiude una superiore visione delle cose e degli uomini.
Padre Giuliano Temporelli, Rettore del Sacro Monte, ha salutato il pubblico numeroso che affollava l’Oratorio del Santo Sepolcro, ricordando che il Sacro Monte rappresenta la concretizzazione della Fede attraverso l’Arte, quell’Imago Fidei che fu oggetto di un importante evento organizzato da Jerusalem Varallo, oggi costituita ufficialmente in Associazione con il nome di “Imago Verbi”: “L’arte contemporanea, con la sua vitalità e prossimità, continua a parlarci di Fede, in un tempo che pare obliare il Sacro, ma del quale ha molto bisogno”. La mostra è nata dalla collaborazione di tre Amici di Carlo Re: Monica Mazzone, Maria Grazia De Grandi e Pietro Chiodo, che hanno voluto realizzare un sogno dell’artista: esporre al Sacro Monte.

Marco Beretta, critico d’arte, che nel 2002 aveva conosciuto Carlo Re a Vigevano, in occasione di una mostra nella sua città natale, ha tenuto una articolata ed affascinante prolusione, mettendo in luce il forte rapporto dell’artista con i luoghi dove si avverte fortemente la presenza del Sacro: “Dove il sacro si fa miracolo, si concentra e quasi vibra”, infatti espose ad Ameno, nel convento di San Francesco al Monte Mesma, nell’ex convento dei Canonici Regolari Lateranensi di Gattinara, nella chiesa di Legro di Orta, nella parrocchiale di Nebbiuno, ma voleva arrivare al Sacro Monte di Varallo, il più antico dei sacri monti, infatti diceva: «Il Sacro Monte di Varallo l’ho scrutato di giorno e di notte. L’ho scrutato da diversi punti di osservazione. Sembra, specialmente di notte e visto dal basso, come sospeso nel cielo. Più che alla riproduzione della Gerusalemme terrena, mi ha sempre fatto pensare alla Gerusalemme Celeste. La natura intorno è magnifica e tutte queste percezioni si insinuano piano piano nel profondo, senza che tu te ne renda conto; quando poi ti metti all’opera emergono e condizionano decisamente il tuo lavoro». Beretta ha ricordato che: “Oggi l’artista è nel Santo Sepolcro, di per sé stesso un topos altamente simbolico, intendendolo come lo spazio dove tutto finisce e dove tutto ricomincia. L’approdo di un corpo e al tempo stesso l’arco teso da cui scocca la freccia della speranza e della fede nella rinascita”, Beretta, ricordando l’interesse di Carlo Re per le religioni orientali e la sua sensibilità verso la questione del Tibet, divenuta nel tempo un vero e proprio impegno in difesa dei valori e della cultura di quel popolo, ha sottolineato come Carlo Re concepisse il sacro in un’accezione sincretica, ma soprattutto archetipica, in quanto principio
generatore della speculazione sull’origine di tutte le cose.

Il critico è poi passato ad analizzare i rapporti di Carlo Re con gli artisti che lo hanno preceduto e con quelli del suo tempo: “Carlo in un lungo viaggio in Europa fatto alle soglie del nuovo millennio, incontrò la mistica renana e fiamminga, al centro di questa vasta corrente mistica, come un timoniere, troviamo Meister Eckhart: se osserviamo attentamente le figure che campeggiano nelle sue ostensioni, possiamo cogliere quei tratti di totalità e di indefinibilità, di purezza e di assoluto, che appunto
contraddistinguono per Meister Eckhart. Gli esseri angelici di Carlo Re sono esattamente tali, corporalmente assoluti nel modo in cui occupano e
sottomettono lo spazio, eppure indefinibili nel loro dinamismo. Sono figure scolpite con il colore nell’etere che le avvolge, massicce eppure leggere e fluttuanti come stendardi. Tutto ciò che sta intorno – altre figure, animali, rocce, vegetazione, esseri fantastici – è intriso della loro sostanza e diventa parte della loro danza aggraziata”.

Lo stesso Carlo Re sottolineava il tema apocalittico a proposito delle sue visioni e ostensioni: in ognuna di queste opere si disvela un messaggio,
definito da Beretta: “Un grumo di senso celato nel peculiare linguaggio cromatico e compositivo di volta in volta scelto. Sta a noi, ieri come ora
cogliere questo messaggio, tradurlo in un nostro idioma senza mai perdere di vista che comunque l’Apocalisse a cui Carlo Re si ispira è un
messaggio di speranza”.
Beretta è poi passato all’arte del Novecento: “Molta arte del Novecento ha sondato i territori ardui del sacro. I migliori ci hanno lasciato opere
straordinarie e potenti. Carlo Re dimostra di conoscere queste pietre miliari: Chagall prima di tutto, che dichiarava la sua passione per la Bibbia, definendola “la più grande fonte di poesia di tutti i tempi”, Lucio Fontana, ma non quello dei tagli, bensì delle visioni e delle crocifissioni. Carlo Re aveva ben presente molti suoi capolavori d’arte sacra, in primis la Pala del Sacro Cuore custodita nella chiesa di San Fedele a Milano, e la Crocifissione del Museo del Duomo di Monza”.

L’ultima riflessione è stata riservata alle opere di formato più piccolo, i cuori e le croci: “Qui il linguaggio pittorico subisce una potente riduzione e scarnificazione: un solo colore, il rosso, per alludere senza intermediazioni metaforiche al sangue del martirio e al dramma della passione. Un segno rapido e deciso, ma tracciato su un supporto così peculiare come il feltro naturale che per la sua capacità di assorbenza interagisce col colore provocandone espansioni e ramificazioni”. Tutto culmina nella ricerca di un mondo che abbia un significato: “Pensando a Carlo Re ho immaginato che questo potesse essere un punto dove ritrovarsi, dove la comprensione o la tensione verso la comprensione più profonda delle cose, possano inverarsi e farsi immagine viva e reale”.

La mostra sarà visitabile fino al 21 luglio.

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