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Serravalle Sesia: serata dedicata alla “Ribeba in Valsesia”

Venerdì 11 ottobre, nel ciclo di conferenze “Incontri al Museo”, curati dall’Arch. Andrea Musano e promossi dal Comune di Serravalle Sesia, Alessandro Zolt, ha presentato il volume: “La ribeba in Valsesia nella storia europea dello scacciapensieri”, del quale è autore con Alberto Lovatto, che nel 1983 aveva pubblicato nei Quaderni dell’Università di Bologna, Dipartimento di Musica e Spettacolo, un Preprint Musica dedicato proprio alla ribeba in Valsesia, e aveva allestito con il Professor Roberto Leydi una mostra dedicata a questo strumento, “riscoperto” negli anni Settanta del
Novecento. Nel 1978 la ribeba ricomparve nell’immaginario collettivo e tornò in scena come simbolo dell’Alpàa, scelta come emblema della valsesianità, consapevoli dei cinque secoli che legavano lo strumento alla valle. Il libro è stato pubblicato dalla Libreria Musicale Italiana nell’agosto 2019 con il contributo del Lions Club Valsesia.

Don Florindo Piolo sulle pagine di La Valsesia nel 1962 trascrive per intero un documento dal titolo “Note sull’industria e fabbricazione delle Ribebbe, ossia degli Scacciapensieri, in Valsesia”, che affermava di aver rinvenuto a Riva Valdobbia e che attribuiva all’abate Carestia, datandolo attorno al 1860. Le tre ribebe valsesiane e una austriaca, presenti al Museo Piolo, sono state censite e schedate da Alessandro Zolt.

Nel novembre 2015 Zolt, allora laureando in Comunicazione Interculturale presso l’Università di Torino e Lovatto studioso di cultura del mondo popolare, analizzando le ribebe conservate al Museo Piolo, avevano presentato la produzione di scacciapensieri in Valsesia come premessa alla ricerca che sarebbe poi confluita nel volume.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, lo scacciapensieri non è strumento suonato solo in Sicilia, ma è conosciuto ed utilizzato in tutto il mondo: veniva suonato in Cina e in Mongolia e approdò in Europa nell’alto
Medioevo. La ribeba, dalla fine del Quattrocento alla metà dell’Ottocento, era prodotta in Valsesia, principalmente a Boccorio, oggi frazione del Comune di Riva Valdobbia e a Mollia, dove erano attive ben tre fucine: si calcola che la produzione sia stata di circa 140 milioni di pezzi, che  venivano esportati in tutto il mondo. Si trattava dunque di una vera e propria proto-industria valsesiana. Il mercato delle ribebe era vastissimo e attraverso il porto di Genova questi strumenti musicali raggiungevano pressoché ogni paese del mondo. Zolt ha presentato alcune caratteristiche comuni degli strumenti: le dimensioni relativamente piccole, 5-6 cm di
lunghezza, 4-5 di larghezza, la forma allungata con bracci affilati, la ciambella appiattita per accogliere le decorazioni e il marchio. Tra i marchi rinvenuti, quello più ambito da parte dei produttori era il calice, che era anche il più “taroccato”. Le ribebe spesso erano conservate in custodie di legno a forma di scarpetta, che sono delle vere e proprie opere d’arte e che vengono conservate e adattate quando gli strumenti originali si deteriorano rendendo necessaria la sostituzione.

Nella serata Alessandro Zolt, con Guido Antoniotti appassionato ricercatore di strumenti musicali da tutto il mondo, costruttore di strumenti musicali e musicista, e Massimo Losito, musicista, utilizzando tipologie di ribebe
provenienti da tutto il mondo, accompagnate da fisarmonica e da altri strumenti musicali molto singolari, hanno proposto alcune “dimostrazioni sonore” di questo strumento costituito da una lamella di materiale elastico circondata da un telaio, che viene appoggiata davanti alla bocca, dalla lamella pizzicata esce una nota scomposta nei suoi vari armonici. Antoniotti era arrivato a Boccorio nel 2004, per il primo Ribeba Day, e l’anno successivo aveva allestito una mostra con strumenti del luogo e pezzi della sua collezione, che comprende esemplari da tutto il mondo: Inghilterra,
Germania, Ungheria, Iran, Ucraina, Afghanistan, Rajastan, Nepal, Kirzikistan, Mongolia – dove questi strumenti vengono utilizzati per far cadere in trance, e anche per “raccontare delle storie”, come in Vietnam, dove vengono suonate dai ragazzi per comunicare con le ragazze, Cambogia, Filippine, l’isola di Okkaido. Antoniotti possiede anche degli esemplari prodotti dai Papua della Nuova Guinea, e ha spiegato come presso quel popolo si prenda uno scarabeo che muove le ali, lo si metta vicino alla bocca e lo si suoni.

Inizialmente si credette che le ribebe fossero arrivate in Valsesia attraverso la città di Molln, nella regione austriaca della Stiria, che da secoli produce scacciapensieri e li ha messi anche nello stemma civico, ma le ribebe valsesiane sarebbero più antiche, essendo citate addirittura in un atto di vendita del 22 gennaio 1524, nel quale in cambio di un bosco vennero fornite sessanta dozzine di ribebe, il che attesterebbe una produzione significativa, ascrivibile alla fine del Quattrocento.

La ribeba è citata anche in un atto notarile del 1611, e in una vendita del 1695 a un “mercante coronario” legato al Sacro Monte. Le ribebe prodotte a Boccorio erano marchiate e garantivano un’elevata qualità, che venne protetta attraverso l’adozione di marchi diversificati tra i diversi produttori. Nel 1790, a seguito delle innumerevoli contraffazioni, si stilò un  regolamento, in cui i marchi dovevano essere registrati, e non potevano essere imitati e si vietava l’insegnamento dei segreti costruttivi ad artigiani che non fossero di Boccorio. Dopo la metà dell’Ottocento la produzione entrò in crisi, nel 1884 in tutta la Valsesia erano rimaste solo due persone che fabbricavano ribebe, ma nel frattempo lo strumento era diventato un simbolo: quel suono racchiudeva tutta la nostalgia dell’emigrante e il nome venne perfino utilizzato come titolo del giornale della Famiglia Valsesiana di Milano, che uscì dal 1891 al 1894.

Le ribebe solitamente erano suonate dalle donne, Zolt ha illustrato molti dei documenti che testimoniano l’esistenza e la diffusione della ribeba, e mostrato alcune importanti testimonianze iconografiche: in Pinacoteca a Varallo c’è una bella statua di Giacomo Ginotti, scultore di Cravagliana, che raffigura una suonatrice di ribeba, che sta suonando due strumenti contemporaneamente, mentre in un affresco della Casina D’Adda, due pastorelli stanno suonando un duetto amoroso. Lo strumento assume a livello locale diverse denominazioni: ribeba, arbebola, cianfornia, sanfornia, ma per Antoniotti: “Il nome “scacciapensieri” probabilmente deriva dal fatto che quando lo si suona si dimenticano tutti gli affanni e ci si concentra solo sulla musica”. Il suono della ribeba aveva addirittura una valenza “magica”, tanto che si pensava fosse suonata dalle streghe e potesse produrre incantamenti, in Oriente gli sciamani lo utilizzavano per cadere in trance.

Piera Mazzone

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