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Varallo: è entrato nel vivo il progetto Imago Verbi.

E’ entrato nel vivo il progetto di Imago Verbi – Arte e Spiritualità: “Il nostro pane con il primo appuntamento al Centro Congressi di Varallo, dedicato al pane nelle diverse religioni e al pane in Valsesia.

A Claudia Manzoni, membro del comitato organizzatore, è stata affidata la presentazione dell’Associazione Imago Verbi, Arte e Spiritualità, nata nel 2019 e del programma di: Il nostro pane. Un tesoro da condividere, con eventi che si protrarranno per tutto il 2022. Le relazioni sono iniziate dopo l’intervento del Sindaco di Varallo, Eraldo Botta – che si è complimentato con la Presidente di Imago, Rosa Angela Canuto, per aver saputo, non solo coinvolgere altre Associazioni del Territorio, ma per aver offerto un ruolo attivo ai giovani studenti dell’Istituto Alberghiero presenti, anche durante la giornata, con una rappresentanza del Corso di Accoglienza e di Cucina -, e di Don Roberto Collarini, Prevosto di Varallo, che ha sottolineato la bellezza di questo ritorno all’essenziale, al pane, elemento reale e metaforico, nutrimento per il corpo e per lo spirito.

Il Professor Claudio Colombo, docente di scienze religiose presso l’Istituto Alberghiero, ha parlato del pane nelle diverse religioni, argomento che aveva già affrontato nel 2014 nel convegno: Le religioni a tavola. Ebraismo, Cristianesimo, Islam. Il pane nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam. Colombo è partito da Abramo, padre delle tre grandi religioni: Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo, passando poi in rassegna momenti significativi dell’antico Testamento in cui è presente il pane: Giuseppe, interpretando il sogno del faraone con le sette spighe piene e le sette spighe inaridite, che alludevano ai sette anni di abbondanza, ai quali ne sarebbero seguiti sette di carestia, salvò gli egiziani. Nella fuga dall’Egitto Dio fece scendere la manna per nutrire il suo popolo. La Pasqua ebraica in particolare racchiude la ritualità del pane: “Per sette giorni mangerete azzimi”, mentre il pane del sabato è particolare, sia come forma, che come sapore. Nella religione cristiana il concetto di abbondanza è racchiuso nella parabola del seminatore, ma anche nel miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci. Nell’episodio di Emmaus i discepoli riconoscono Gesù nello sconosciuto che si era unito a loro, nel momento in cui spezza il pane: “E’ con l’Eucarestia che nasce la Comunità Cristiana. Nella preghiera del Padre Nostro il pane è metafora di una fame di Dio”.

Zeinab Gad-Allah, in rappresentanza del Centro Culturale Islamico di Varallo ha ricordato che: “Gli arabi sono grandi consumatori di pane: oltre al classico pane arabo, leggero e malleabile, che permette un utilizzo in sostituzione di cucchiaio e forchetta, ci sono tanti tipi di pane, di grano, di orzo, con il burro, il latte, lo yoghurt, il sesamo”. Il pane è una metafora della vita, va condiviso con gli altri, unisce le genti.

Lo storico Roberto Fantoni si è a lungo occupato della coltura cerealicola, dei mulini, dei forni e del pane in Valsesia.

Nella fase del popolamento alpino i coloni impiantarono prati e campi, per l’allevamento e per le coltivazioni. Sottolineando le differenze colturali tra alto medioevo e gli ultimi secoli, il relatore ha evidenziato la presenza di cereali molto diversi, dalla segale, al miglio, al panico, ricordando che con il termine “biava” si indicavano più cereali messi insieme: “Passando in rassegna le colture dalla bassa valle alle testate alpine si riscontra la presenza costante dei cereali: la segale è l’unico cereale che si coltiva a Pedalzarella, frazione di Riva Valdobbia a 1400 metri slm, ma è presente anche a Macugnaga e a Gressoney”. I cereali venivano anticamente conservati in arche di legno: nei tempi più antichi, si consumava ciò che si produceva, non c’era scambio: “E’ solo dall’inizio del Seicento che iniziano gli scambi con la pianura”. Fantoni ha riscontrato una frattura tra attestazioni documentarie e memoria storica: “Le persone anziane intervistate parlano solo di segale, indicandola come il principale elemento per la panificazione, dimenticando tutti gli altri cereali, eppure il termine paniccia viene proprio da panico, che poi fu sostituito dal riso”.

Il grano si conserva bene, mentre la farina no, quindi la trasformazione nei mulini, diffusi in tutta la valle, in prossimità dei corsi d’acqua, avviene secondo il bisogno. Il pane tradizionalmente in Valsesia si cuoceva una volta all’anno, perché farlo richiedeva un grande dispendio di energia – il forno per raggiungere la temperatura doveva essere acceso e quindi alimentato per una settimana – e di uomini, perché era necessario avvicendarsi nel cuocere i pani che avrebbero rappresentato le scorte di un intero anno per le famiglie. La panificazione avveniva quindi d’inverno, nel periodo in cui gli emigranti erano in Valle e potevano dare una mano, avvicendandosi nella cottura dei pani, che poteva durare per un’intera settimana. I forni comunitari in genere venivano costruiti in zone decentrate rispetto alle case, e vicini all’acqua e a fontane, perché l’acqua era utilizzata sia per fare il pane, che per spegnere principi d’incendio. Le miacce, che Fantoni considera il vero emblema gastronomico della valle, invece venivano fatte nelle singole abitazioni con il brandinale, poi sostituito dagli appositi ferri incernierati, oggi utilizzando farina di frumento, ma un tempo certo veniva usata la farina di miglio. Nell’ultima parte della sua esposizione: “Sapori e saperi”, il relatore ha invitato a riflettere sul mutamento delle abitudini e del gusto, che ha comportato anche la perdita di antichi saperi legati all’utilizzo di certi cereali.

Negli interventi seguiti alle relazioni è emerso come dove arrivavano i cristiani portavano vino e pane, indispensabili per l’Eucarestia e, soprattutto si è aperto un nuovo capitolo di riflessione sulle religioni nate dal riso e su quelle nate dal pane, che danno origine a filosofie di vita molto diverse. La Valsesia sfuma nella pianura vercellese e quindi le due civiltà sono contigue.

Il prossimo appuntamento con Imago sarà sabato 28 maggio, sempre alle 15, al Centro Congressi: il Professor Secondo Fassino, dell’Università di Torino, tratterà dei disturbi dell’alimentazione: bulimia e anoressia, il troppo e il nulla, metafore della divisione esistente tra chi ha troppo e spreca, e chi non ha nulla e muore di fame.

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