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Varallo: presentato il volume fotografico “La ragazza che ero” di Giuliana Airoldi

Quinta collaborazione editoriale di Giuliana Airoldi con l’Istituto Storico, per il volume fotografico: “La ragazza che ero”, foto di ragazze che all’inizio degli anni Settanta si preparavano alla vita, mettendosi in posa, per un “book” di presentazione ideale, realizzato dall’amica e compagna di scuola, Giuliana, che, con la sua inseparabile Rolley, le ritraeva, incorniciandole nel quadrato perfetto.

Nel libro è racchiusa la storia collettiva di una generazione che, lasciata ormai alle spalle la guerra, conquistava nuovi diritti, ma soprattutto acquisiva consapevolezza.

Pubblicare una selezione di quelle immagini di mezzo secolo fa, non è stato uno sterile amarcord, ma un ripensare a “La ragazza che ero” trasformata nella donna di oggi: ritrovarsi per ristabilire legami che possono durare anche solo poche ore, ma mantengono intatta l’emozione.

L’autrice delle fotografie con le “amiche ritrovate”: Franca Mora, che risiede a Roma e Federica Francoli da Venezia, ricostruisce un tempo, un ambiente, i desideri di quelle ragazze dagli occhi grandi come i loro sogni, attraverso le immagini inedite di allora ed alcune intense prose poetiche.

Daniele Conserva ha riproposto un’ideale colonna sonora di quegli anni, con Grazie alla vita di Violeta Parra, tradotta e interpretata da Gabriella Ferri, omaggio a tutte quelle che nelle foto non ci sono, ma continuano ad essere qui, Champagne di Peppino di Capri, Occhi di ragazza di Gianni Morandi, arrivata nel 1970.

Enrico Pagano, Direttore dell’Istituto Storico, che nella Prefazione ricorda quel decennio che fu importante per la conquista delle pari opportunità, segnato da storiche conquiste come il nuovo Diritto di Famiglia del 1975, sottolinea che la collaborazione con Giuliana non si esaurirà certo con questa pubblicazione. Nel 1973 ci fu l’austerity con le domeniche a piedi, che per me che avevo appena iniziato le elementari, significava libertà ritrovata di scorrazzare per strada sui pattini, mentre per quelle che le mamme definivano ancora “signorine”, furono gli anni delle mini gonne, dei maxi cappotti, delle pettinature gonfie, occhi bistrati e gioielli creati dalle compagne con maggior vena artistica. Giuliana, che aveva iniziato a fotografare nell’ottobre del 1970, a chi le chiedeva un servizio fotografico esclusivo – le dodici foto bianco e nero del rullino – di vestirsi nel modo che a loro piaceva di più e le faceva posare in luoghi dall’aspetto decadente, con il fascino dell’abbandono nelle ore corte dei pomeriggi d’inverno. Giuliana continuò a fotografare fino al 1973, poi le si aprirono nuove prospettive, riprese nel 2010: “Con gioia grazie alle nuove tecnologie che permettono di non fare più i conti con i costi di allora”.

Il libro si propone di “riannodare i fili della storia, della memoria e dell’amicizia”, operazione che si compie attraverso immagini di ragazze nel cui cuore c’era il mondo, oggi “vecchie”, con un mondo nel cuore. Giuliana utilizza orgogliosamente il termine vecchia, perché vuol dire che si è vissuto, in modo intenso, senza rimpiangere nulla, neppure la gioventù: “Non è stato facile ricontattare tutte le ragazze immortalate, perché la vita le aveva sparpagliate qua e là, ma tutte, tranne una, hanno accettato e molte di loro sono venute alla presentazione e ne sono felice, perché in fondo ciò che volevo è quello enunciato nel racconto di Carver, Cattedrale: Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”.

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