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A Varallo si è parlato del pittore Valsesiano Enrico Mazzola

Riscoperta di un artista valsesiano: il pittore valduggese Enrico Mazzola (1891-1915)”.

Ne parla a Varallo, in Pinacoteca, Monica Vinardi.

Fino a poco tempo fa conoscevo un solo pittore Mazzola: Giuseppe… fu solo quest’estate che mi si parlò di un altro Mazzola pittore, pure valduggese e pure bravo artista, morto nel 1915 a soli ventiquattro anni”: così scriveva sull’Almanacco Guida della Valsesia del 1932 Guido Turlo, che si firmava Ghidde, in un articolo pubblicato postumo perché il ventiquattrenne poeta, figlio del poeta grignaschese Pinet Turlo era morto di tisi il 3 febbraio 1932. Una sorte amara accomunò queste due giovani promesse valsesiane.

La studiosa Monica Vinardi nel 2015, nel Catalogo della Collezione Remogna donata alla Pinacoteca, redasse la scheda relativa a: “Campagna romana”, una piccola tavola di Enrico Mazzola. Si trattava di uno studio riferibile alle fasi di preparazione dell’ampio e luminoso paesaggio ispirato ai ruderi di Roma: Sic transit gloria mundi, che fu forse l’ultima opera del pittore, dipinta a Roma, dove soggiornò come vincitore del Premio Hayez. Il quadro venne donato dai fratelli Mazzola, lo scultore Achille, Giovanni Battista, Giuseppe e Gustavo, alla Città di Varallo, rendendone custode la Società d’Incoraggiamento, in occasione della mostra d’arte del pittore Enrico Mazzola, inaugurata il 14 agosto 1920, nel Salone dell’Incoraggiamento, lo stesso dove, il 6 maggio, Monica Vinardi ha tenuto la conferenza dedicata alla riscoperta del pittore “Allievo a Brera di Giuseppe Mentessi”. Questa precisazione è stata messa nel titolo perché la studiosa, proprio presso l’archivio Mentessi, ha scoperto una serie di lettere di Enrico Mazzola, che gettano nuova luce sul percorso artistico di questo giovane talentuoso.

Il Professor Mentessi, docente all’Accademia di Brera, fu per Enrico Mazzola un secondo padre: il giovane aveva iniziato a frequentare l’Accademia di Brera nel 1906, anno in cui morì suo padre. Il rapporto fu talmente intenso che Mentessi ospitò sia Enrico che la madre, suggerendogli degli accorgimenti per il grande ritratto che oggi è esposto alla Galleria di Arte Moderna di Milano, donato dalla famiglia. Monica Vinardi ha descritto Mentessi parlando di: “Apostolato di insegnante e con particolare inclinazione verso i più fragili”, cioè come un maestro che dava priorità assoluta alla funzione didattica e che ben comprese i tormenti del giovane Enrico, pieno di dubbi su se stesso e sulle proprie capacità artistiche. Nel 1914 Mazzola vinse, ex-aequo con Alberto Salietti, il premio Hayez, ma, essendo più svantaggiato economicamente, fu scelto per il soggiorno romano di tre anni. Il giovane rientrò però da Roma nel 1915 per stare accanto alla madre: era iniziata la guerra, i fratelli erano stati richiamati, mentre lui era stato riformato. La sua nevrastenia fu aggravata da quel tarlo mentale in cui si arrovellò al punto da essere ricoverato in una clinica per malattie nervose a Milano, dove il 19 agosto morì suicida. La famiglia ne protesse e perpetuò la memoria.

Monica Vinardi, ha completato il ritratto del giovane e tormentato artista, ricordando che Mentessi, dopo la morte di Enrico, andò a Roma, e dipinse negli stessi luoghi frequentati dall’allievo, confermando quell’affinità che era sempre esistita tra i due.

A Enrico Mazzola, il Comanducci nel 1934, intitolò una scheda, in cui scriveva che l’immatura morte aveva privato l’Arte di una vivida speranza. Nel catalogo della Pinacoteca, curato da Marco Rosci nel 1960, lo studioso, descrivendo il quadro Sic transit coglieva la “notevole sensibilità coloristica”, accennando ad una “aggiornata cultura…alle fonti francesi, e precisamente alle visioni paesistiche, fra pointillisme e simbolismo di Signac”. Casimiro Debiaggi nel Dizionario degli artisti valsesiani, pubblicato nel 1968, riprese il giudizio di Rosci, aggiungendo però che le opere “Rivelano contemporaneamente il profondo, continuo travaglio del suo spirito”, mentre Maria Teresa Roberto nel 1993, schedando l’opera: La stradina, conservata a Novara alla Galleria Giannoni, mise in rilievo: “Un accostamento non passivo alla tecnica divisionistica”. Monica Vinardi, che non aveva mai trovato convincente l’influsso della pittura neo-impressionista francese, prosegue su questa linea interpretativa: “Il vero soggetto della sua pittura è stata la luce: pur non adottando la divisione dei toni, mostra di aver matura coscienza del valore dei complementari…sembra piuttosto guardare ad una pittura di area post-Scapigliata, per i valori della luminosità atmosferica, indefinita e vibratile, recuperando le ricerche del luminismo tardo romantico di Giovanni Carnovali”. L’autoritratto dell’artista del 1914, non completo, che, dopo la morte, fu acquistato dall’Accademia di Brera, riflette gli insegnamenti del maestro Cesare Tallone nella resa materica e nella stesura tardo impressionista. L’artista valduggese crebbe in un contesto conservativo, in cui l’ambiente naturale era assai importante, come sottolineò il sacerdote Luigi Albertinotti nel compianto funebre, parlando di: “Amore del vero, del bello, del buono”. La recente scoperta fatta da Mario Remogna in una casa valsesiana di alcune prove di disegno di Enrico Mazzola, è stata molto importante per approfondire la gradualità dell’apprendimento del disegno. Commentando fotografie e riproduzioni di opere di Enrico Mazzola, proponendo accostamenti con artisti a lui contemporanei, formatisi nello stesso ambiente, la studiosa ha tracciato con grande acume, ma soprattutto con sensibilità e comunione di spirito, il ritratto dell’uomo Enrico Mazzola, che non può essere disgiunto da quello dell’artista, creando nel numerosissimo pubblico presente una grande commozione, acuita dalla lettura dei versi del poeta Carlo Saggio, amico di Enrico, pubblicati in un libro conservato dai famigliari.

All’intervento di Donatella Rizzio, che ha molto apprezzato lo studio illustrato da Monica Vinardi, e di Aristide Torri, che ha sottolineato in senso positivo la definizione di “passatista” che Enrico Mazzola si attribuì, sono seguite delle ipotesi per dare un seguito a questa riscoperta, allestendo una mostra, o, costruendo all’interno della Pinacoteca, una sezione dedicata a Mazzola, arricchita con altre donazioni, perché: “Questa era la sua casa”, come ha precisato Monica Vinardi.

Il Sindaco di Valduggia, Luca Chiara, presente all’incontro, si è detto orgoglioso della riscoperta di un artista tanto importante e se ne farà divulgatore presso i valduggesi, ricordando che l’antica fonderia Mazzola, è stata acquistata da Carlo Barlassina, e trasformata in un suggestivo Museo delle Campane, che verrà inserito nei Luoghi del Cuore del Fai per un progetto di conoscenza e valorizzazione legato alle trentacinquemila campane prodotte per le più belle chiese in Italia e nel mondo.

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