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A Varallo si è tenuta la festa al Bersagliere Maggiore Gaetano Del Grosso.

In occasione della Festa al Bersagliere Maggiore Gaetano Del Grosso, Medaglia d’argento al Valor Militare, tenutasi a Varallo il 9 ottobre, Roberto Manzetti, Presidente Associazione Nazionale Bersaglieri, Sezione Valsesia, ha dato il benvenuto ai numerosi ospiti e alle autorità civili e militari, che hanno preso posto nel salone del Centro Congressi di Varallo.

Il convegno è nato dalla richiesta di aggiungere all’intitolazione della Sezione Valsesia, al nome del Bersagliere Carlo Comoli, quello del Maggiore Gaetano Del Grosso: accolta dal Presidente Nazionale Bersaglieri, Generale Ottavio Renzi.

Erano presenti in sala le discendenti del Maggiore Del Grosso, la pronipote Rita, la cugina Maria Zanazzo, il cui figlio Luciano Berruti aveva avviato le ricerche storico-bibliografiche su quell’antenato dall’esistenza avventurosa e significativa per la storia d’Italia, Laura Chiavacci, Eleonora Berruti e la piccola Cecilia Bagnasco, di soli nove mesi.

Il Sindaco di Varallo, Eraldo Botta, ha portato il saluto dell’Amministrazione Comunale e ha donato al Presidente Onorario dell’Associazione Bersaglieri, Generale Benito Pochesci, un volume dedicato alla Provincia di Vercelli, come invito a tornare per una visita più approfondita.
Guido Galavotti, Presidente Regionale dell’Associazione Bersaglieri, che sta organizzando il raduno nazionale del 2022, che si svolgerà a Cuneo, ha portato il suo saluto, ricordando, attraverso Del Grosso, la storia dei Bersaglieri: “Nati nel 1836, fondati dal Capitano Lamarmora, ebbero il battesimo del fuoco nel 1855, quando Cavour si alleò con la
Francia e inviò in Crimea diecimila bersaglieri, tra i quali c’era Gaetano Del Grosso, che si fece tanto onore da essere l’unico a ricevere benemerenze dai tre eserciti: francese, italiano e inglese. Del Grosso partecipò poi alla seconda Guerra d’Indipendenza, con le battaglie di Solferino e San Martino, che furono così sanguinose da indurre lo svizzero Henry Dunant a fondare la Croce Rossa Internazionale. Nel 1870 entrò in Roma attraverso la Breccia di Porta Pia, poi fu inviato al Sud per combattere il brigantaggio: catturò due pericolosi briganti, guadagnandosi la medaglia d’argento al Valor Militare. Si congedò nel 1880, tornò al suo paese dove fu Sindaco e morì nel 1903”.

Galavotti ha donato al Sindaco, ai relatori e alla Biblioteca di Varallo una copia anastatica di un volume sui Bersaglieri, stampato a Cuneo nel 1860.

Sul tavolo dei relatori campeggiavano accostati il cappello da Alpino di Aldo Lanfranchini e l’elmo piumato dei Bersaglieri: “Fratelli, uniti dal comune Amor di Patria”, come li ha definiti Lanfranchini che ha fatto un excursus all’interno della storia valsesiana facendone emergere i caratteri di valore e di fiera indipendenza, ma anche la generosità della quale furono un esempio le dieci casette in legno antisismiche donate al Comune di Villa San Giovanni in Calabria, che fu completamente distrutto dal terribile terremoto di Messina del 1907: “Il Villaggio Valsesia oggi è scomparso, ma è rimasta una piazza”. I quattro personaggi scelti da Aldo Lanfranchini per rappresentare la Valle furono: il leggendario Alberto Giordano, di Fobello, Capitano della Milizia di San Maurizio, che al ponte San Quirico nel 1520, gettò nel fiume il conte Caccia che veniva a prendere possesso del feudo di cui era stato investito dal re Francesco I di Francia; Sebastiano Lirelli, nato ad Agnona, che fu cartografo di Napoleone Bonaparte; il Generale Giacomo Antonini, che si distinse nell’esercito di Napoleone e nelle Guerre d’Indipendenza perse un braccio; Giovanni Tamiotti di Rossa, nato nello stesso anno di Del Grosso, che fu il più anziano volontario arruolato nella prima guerra mondiale. Lanfranchini ha citato anche il ruolo primario delle donne all’interno della società valsesiana, e l’importanza che ebbe il dialetto. Come serravallese ho letto la poesia di Gianni Biglia: Vècc Bèrsaglié, dedicata al Bersagliere Giovanni Colombo, che verrà aggiunta alla documentazione letteraria ufficiale sui Bersaglieri.

Lorenzo Della Peruta, giovane studente del quinto anno del Liceo di Scienze Umane, condivide con il “paribel” nonno Aldo, la passione per la storia e l’ha aiutato l’anno scorso nell’allestimento della mostra esposta in Biblioteca a Varallo, dedicata alla Breccia di Porta Pia e al Maggiore Gaetano Del Grosso, del quale nel convegno ha rievocato la vita e le azioni. Alla relazione di Lorenzo, puntuale e sintetica, si è riallacciato Claudio Ganci di Ispica (Ragusa) laureato in Scienze Politiche ad indirizzo Relazioni Internazionali, che è stato Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Ispica, il quale ha trattato il tema del Brigantaggio Meridionale, fenomeno storico e sociologico, caratterizzante del Meridione dell’Italia postunitaria. Con il termine “briganti” si identificano bande di fuorilegge, spesso nullatenenti, o poveri contadini, che vagavano per i paesi nel Sud Italia a razziare, rubare o a compiere altre azioni, in ogni caso illecite. Essi erano organizzati in compagnie, con varie basi sul territorio, e agivano nelle loro scorribande con il sistema della guerriglia, facendo del fattore sorpresa, della rapidità e della conoscenza delle zone circostanti i loro punti di forza.

L’equipaggiamento era composto da comuni fucili, a una o due canne, o pistole, o lame varie, per quanto riguarda le armi (spesso rubate dalle scorte dell’esercito), mentre per ciò che concerne i vestiti, portavano calzoni corti, giubbetti, mantelli corti e le cosiddette “ciocie”, scarpe adatte ad ogni tipo di terreno; come unico stemma, o segno distintivo, portavano sul cappello una coccarda rossa. Ganci ha sottolineato che uno dei motivi principali per i quali si sviluppò il brigantaggio, come opposizione al nuovo stato unitario, fu l’estensione delle leggi del Regno di Sardegna e Piemonte, che prevedevano anche la leva obbligatoria di tre anni, che sottraeva braccia all’agricoltura. L’altra causa, che probabilmente incise ancora di più, fu la condizione di miseria in cui vivevano i popolani del Mezzogiorno: il brigantaggio, che si era già manifestato nel Regno delle due Sicilie nei primi decenni dell’Ottocento, divenne una
protesta armata contro lo stato di povertà assoluta in cui vivevano le popolazioni contadine e contro le vessazioni subite dai proprietari agrari, i baroni, che agivano attraverso i campieri. Lo Stato reagì al brigantaggio inviando nel Sud centoventimila soldati (quasi metà del suo esercito) e il maggiore Del Grosso fu tra questi e si guadagnò la medaglia d’argento al Valor Militare. Ganci ha anche parlato del “familismo amorale”, concetto sociologico introdotto da Edward 2 C. Banfield nel suo libro: The Moral Basis of a Backward Society del 1958, i cui effetti sono ancora oggi visibili nella mafia.

Ha chiuso gli interventi il Gen. Benito Pochesci, Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, servito per oltre quarant’anni, Croce d’argento al merito, Presidente Onorario dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, che ha ringraziato Roberto Manzetti, organizzatore della giornata, i relatori e la moderatrice del convegno, il Sindaco di Varallo e soprattutto ha ribadito l’importanza del Maggiore Del Grosso che partecipò ai momenti fondamentali della costruzione del nuovo Stato Italiano, sottolineando che i Bersaglieri come militari eseguono gli ordini dello Stato: nel Sud la repressione fu durissima, ma, come è stato sottolineato nelle relazioni, fu imposta dalla circostanze: “Questo convegno è stato un punto di partenza per sviluppare argomenti importanti per capire il presente del nostro Paese”.

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