Mercoledì 22 aprile al Sacro Monte di Varallo, nella Sala Convegni della Casina D’Adda, affollata di pubblico (circa 70 persone), con la presenza delle principali autorità civili e religiose e di molti giovani, Silvio Brentazzoli, laureato in Teologia a Lugano, Responsabile dell’Ufficio Cultura di Varallo, curatore del blog “Gemme cristiane”, ha parlato de: “La Sindone: “fotografia” della Risurrezione di Gesù?”, in un evento organizzato dall’Associazione Imago Verbi in collaborazione con il Centro Libri, il Santuario del Sacro Monte, l’Ente di gestione dei Sacri Monti, la Parrocchia di Varallo e Monterosa 2000 per l’apertura serale straordinaria della funivia. E’ stata esposta una riproduzione del negativo della fotografia frontale dell’Uomo della Sindone, presente in Basilica.
Rosa Angela Canuto, Presidente di Imago Verbi, ha spiegato la scelta del tema, a ridosso della Pasqua, nonché la scelta di organizzare la conferenza al Sacro Monte, perché esiste la Cappella dedicata alla deposizione di Gesù nella Sindone, in cui il Cristo morto viene avvolto nel sudario, al centro dell’intervento del relatore.
Silvio Brentazzoli, dopo i ringraziamenti a tutti coloro che hanno collaborato all’evento, ha illustrato l’“approccio da detective” necessario per cercare di scoprire la verità attorno al manufatto, articolando l’intervento in cinque punti: la posta in gioco, la storia, la scienza, il confronto con i vangeli, alcune ipotetiche profezie della Passione, le conclusioni.
Ha così anzitutto sottolineato che la posta in gioco richiamata dall’argomento è la più alta possibile, perché “Riguarda il senso del nostro vivere, soffrire e morire. La Sindone può aiutarci molto nella ricerca della comprensione del senso della vita: essa si interrompe sempre con la morte, ma si interrompe per sempre? E’ credibile la promessa di vita eterna che Gesù ha fatto al “buon ladrone” sulla croce, e che offre ad ogni uomo? Quell’Uomo che si faceva Dio (cfr. Gv 10,33) può essere davvero Dio che si è fatto Uomo? Don Giussani, nello splendido libro “Il senso religioso”, diceva che la verità ultima è trovare una bella cosa sul cammino, che può essere individuata e riconosciuta se si è attenti: la ricerca della verità, più che questione di particolari mezzi o doti, è questione di attenzione”.
La Sindone
La Sindone è un telo di lino di 4,42 × 1,13 m conservato oggi nel Duomo di Torino sul quale è visibile l’immagine di un uomo che porta segni dovuti a maltrattamenti e torture compatibili con quelli di un condannato alla crocifissione: si tratta del più grande mistero di tutta la cultura cristiana e del reperto archeologico più studiato al mondo, del quale i quattro Vangeli – tutti scritti entro il I secolo – possono essere considerati come chiave interpretativa, e viceversa.
Il percorso della Sindone
Il sacro telo apparve in Francia a metà del XIV secolo, a Lirey, presso la cappella di Goffredo di Charny, poi trasferito nel 1453 ai Savoia, che lo portarono a Chambéry, dove nel 1532 subì i danni di un grave incendio. La Sindone è passata da Vercelli dove ci furono alcune ostensioni tra il 1543 e il 1561: Brentazzoli ha mostrato un disegno del Lanino conservato in Pinacoteca che raffigura forse l’ostensione del 1560 a Vercelli, in cui la Sindone, come usava a quel tempo, era sostenuta da tre vescovi. Nel 1578 fu trasferita a Torino per permettere a Carlo Borromeo di venerarla, e lì rimase. Nel 1983 fu donata dai Savoia al Papa Giovanni Paolo II. Un pompiere la salvò nel 1997 dall’incendio divampato nella Cappella del Guarini in cui era custodita: “L’Architetto Marina Feroggio, oggi Direttore del Sacro Monte, nel suo precedente incarico tra l’altro si occupò per circa dieci anni dei lavori di restauro della Cappella della Sindone, che impegnarono più di quattrocento persone”.
Ci si è chiesti dove fosse conservata prima della sua comparsa in Europa, risalendo fino al misterioso panno chiamato Mandylion, nascosto a Edessa, una città nel sud-est dell’attuale Turchia: molti indizi permettono di dedurre che fosse in realtà la Sindone. Prima del IV secolo le raffigurazioni di Gesù lo mostravano giovane e glabro, poi cambiarono e assunsero tratti riconducibili al telo sindonico. Ad esempio la bellissima icona con il volto di Cristo, databile al VI secolo e conservata nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, presenta una sostanziale sovrapponibilità con la Sindone, così come moltissime monete e altre raffigurazioni. La statua del Bernini, Salvator Mundi, conservata a Roma in San Sebastiano fuori le mura, offre molti collegamenti con la Sindone che lo scultore conosceva bene.
Nel 1898 la prima, stupefacente fotografia, scattata da Secondo Pia, rivelò qualcosa di sconvolgente: “Il negativo di un negativo restituì il positivo, l’immagine del volto reale”.
Gli studi sulla Sindone
Sull’autenticità ci sono voci discordanti e nella serata sono stati esposti in maniera chiara ed obiettiva i vari tipi di risposta offerti dagli studiosi. La questione se la Sindone sia “vera” (autentica) o “falsa” (un falso medievale) rimane un dibattito scientifico e storico aperto, con prove e contro-prove.
Studi moderni (come quelli dello STURP) indicano che l’immagine non è riproducibile e non è dipinta, ma l’esame al carbonio-14 (C14) la colloca nel Medioevo (1260-1390): quest’analisi non è esente da grosse critiche, dovute anche alla disomogeneità dei campioni utilizzati.
I sostenitori dell’autenticità citano le antiche raffigurazioni di Cristo che appaiono ispirate dalla Sindone, suggerendo così che il venerato lino sia ben più antico; poi sottolineano la complessità dell’immagine, impossibile da falsificare in quell’epoca, e l’impossibilità di riprodurre le caratteristiche dell’immagine con i mezzi medievali (e pure con quelli attuali). Molteplici sono gli indizi che porterebbero nella direzione dell’autenticità: Pierluigi Baima Bollone, scomparso nel 2025 e che fu al Sacro Monte alcuni anni fa per parlare delle sue scoperte sulla Sindone, fu tra i primi a studiare il sangue presente sul telo, determinando il gruppo sanguigno AB, lo stesso del sudario di Oviedo, del miracolo eucaristico di Lanciano e di tutti gli altri miracoli eucaristici finora studiati; il tessuto di lino a spina di pesce, con torcitura a zeta, era utilizzato per persone di alto rango, e si avvicina a tessuti ritrovati a Masada (quindi databili entro il 74 d. C.); da notare anche la grande abbondanza di tracce di pollini di provenienza mediorientale, che rimandano ai luoghi in cui operò Gesù; tracce di aragonite, minerale della classe dei carbonati, simile a quella trovata in grotte di Gerusalemme, sono state rinvenute nei piedi e nelle ginocchia, così come sono state individuate tracce di aloe, mirra e altri oli preziosi. E’ stato pure studiato il DNA presente sulla Sindone, con risultati interessanti tra cui la presenza di un’alta componente di DNA indiano, forse per l’origine del prezioso lino da quell’area geografica. Nel 1503 la Sindone sarebbe anche stata testata con olio bollente, ma l’immagine impressa in essa non subì mai la ben che minima rimozione: l’ingiallimento della stoffa, che traccia l’immagine che vediamo, sembra dovuto, secondo l’ipotesi più probabile a seguito di esperimenti svolti dall’ENEA di Frascati, ad un’incalcolabile “esplosione” di luce e di energia, che tuttavia non avrebbe bruciato il tessuto.
Possibili profezie della Passione sembrano reperibili in vari passaggi dell’Antico Testamento, come i Canti del Servo in Isaia e il Salmo 22. Concludendo il relatore si è chiesto: “Se la Sindone fosse davvero, incredibilmente, la “fotografia” che Gesù ha voluto lasciare di Se stesso all’umanità, magari proprio nell’istante della Risurrezione? Il calcolo delle probabilità ci insegna che un’altissima serie di indizi concordanti, come in questo caso, può portare ad una certezza di tipo storico”.
Conclusione
Silvio Brentazzoli ha concluso il suo articolato e chiaro excursus rispondendo alle domande del pubblico e ricordando la ricchissima bibliografia sindonica, nella quale ha in particolare citato l’impressionante testo del medico Dottor Pierre Barbet “La Passione di N. S. Gesù Cristo secondo il chirurgo”.
Don Roberto Collarini, prevosto di Varallo, ha ringraziato il relatore che ha saputo coniugare fede e scienza con intelligenza, ricordando che il gesto più bello di Gesù è stata l’offerta della sua stessa vita.
Silvio Brentazzoli ha successivamente notato sul suo profilo Instagram che: “La foto del relatore sorridente davanti all’Uomo martoriato della Sindone può apparire paradossale e sconveniente. Tuttavia, a ben guardare, è il cristianesimo stesso ad essere paradossale e sconveniente: la Sindone sembra offrirci l’incredibile “fotografia” ante litteram di un “abisso pieno di luce” dinanzi al quale “bisogna chiudere gli occhi per non precipitare”, come diceva Franz Kafka. L’abisso insondabile, scaturigine della gioia cristiana, di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16)”.












