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Biella: presentato l’ultimo libro di Silvana Patriarca

Silvana Patriarca, gattinarese di origine, ha studiato all’Università di Torino e, all’inizio degli anni Ottanta, ha pubblicato alcune parti della sua tesi di laurea, incentrata sulle famiglie contadine di Gattinara, sulla rivista L’Impegno.

Dal 2002 è docente di Storia europea contemporanea presso il Dipartimento di Storia della Fordham University di New York. I suoi studi si concentrano sulla storia contemporanea e in particolare sulla storia socio-culturale dell’Italia dell’Ottocento e del Novecento e sui grandi temi del nazionalismo, delle concezioni di genere e dell’idea di razza.

Italianità. La costruzione del carattere nazionale, pubblicato da Laterza nel 2010 era stato presentato a Biella dall’Istituto storico che, collegandosi attraverso la Piattaforma Zoom, ha organizzato in diretta la presentazione del libro: “Il colore della Repubblica. “Figli della guerra” e razzismo nell’Italia postfascista”, appena pubblicato da Einaudi I “figli della guerra” sono i bambini nati da relazioni tra soldati non bianchi e donne italiane alla fine della seconda guerra mondiale. Varie istituzioni, ma anche la gente comune, esibirono fin da subito persistenti vedute e atteggiamenti razzisti nei confronti di questi bambini. I “mulattini”, come venivano chiamati in quel periodo, sono l’esempio lampante di come l’Italia democratica si sia sempre percepita bianca, differenziandosi, senza dichiararlo apertamente, da chi aveva la pelle di un altro colore.

Silvana Patriarca, in questo libro importante, racconta la vicenda di questi bambini, sottolineando l’eredità di fascismo e colonialismo. Dopo la fine della guerra l’idea di razza non sparisce affatto, si evolve in una sorta di “razzismo democratico”, solo negli anni Settanta emergono le storie di questi italiani con la pelle scura e lo studio di Silvana Patriarca assume un ulteriore valore per capire l’Italia di oggi, per instaurare un dialogo con il presente.

Vivo negli Stati Uniti dove il razzismo continua ad essere un grosso problema, che ci costringe a fare i conti con le idee del presente” con questa premessa Silvana Patriarca ha spiegato come: “La forte presenza in Italia del Cattolicesimo, negli anni Cinquanta, nella gestione dell’area dell’assistenza, fece sì che si mantenesse un retaggio di pregiudizi e stereotipi, determinati dal non aver fatto i conti con il razzismo fascista. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta tutto cambia, emerge una nuova sensibilità anti razzista, il progetto di Don Gnocchi di portare quei bambini dalla pelle scura in Brasile, perché lì avrebbero sofferto meno, decade con la morte del sacerdote, i bambini restano in Italia, seguiti dall’Ente Nazionale per la protezione morale del fanciullo. Il discorso si sposta sulle madri e sulla famiglia”. Gli anni Cinquanta per le donne furono anni difficili, da protagoniste della Resistenza furono ricacciate nel ruolo di madri e quelle con figli illegittimi avevano vite particolarmente complicate, difficili:“Donne violentate o prostitute: eppure non fu sempre così, ci furono anche rapporti d’amore, come emerge dalla testimonianza di una donna toscana che nel 2012 pubblicò a sue spese le sue memorie”.

Pagano ha sottolineato come questo libro offra strumenti per riflettere sulla persistenza razzista nella cultura italiana: “L’articolo 3 della Costituzione da solo non mette al riparo dal razzismo: occorre ripensare ad un’idea di cittadinanza sganciata da caratteristiche etniche”. Lo storico ha un compito importante: fare i conti con tutta la storia di un paese, senza le semplificazioni che riconducono l’origine del problema solo al ventennio fascista. Gli storici devono creare consapevolezza rispetto alla propria storia di paese, di nazione, sviluppare uno sguardo critico comunicando con la società e non solo scrivendo per la corporazione degli storici: “Il razzismo si combatte con la legislazione, con la comprensione che l’origine è di tipo economico e non solo di educazione”.

In Germania si visse lo stesso problema rispetto a bambini nati da relazioni di donne tedesche con soldati americani, più accettati rispetto a quelli nati da relazioni con soldati sovietici. Il ricordo del colonialismo borghese e liberale, pre-fascista sembrava addirittura rendere rispettabile un certo modello di pensiero sulla realtà coloniale. Silvana Patriarca ha sottolineato come dopo il 1945 si sia tentato di instaurare una sorta di continuità rispetto al colonialismo liberale: “Nella neo nata Repubblica si cerca di far transitare il colonialismo
rispettabile pre-fascista: l’Italia non ha mai fatto davvero i conti con il suo colonialismo. Il problema è anche quello che riguarda i manuali di studio oggi adottati nelle scuole italiane, nei quali talvolta si continua a considerare il colonialismo italiano diverso rispetto a quello degli altri paesi europei: la narrazione purtroppo sembra essere molto più persistente della storia”. Sulla divulgazione storica pesò anche l’ingerenza politica, che mirava a produrre manuali
didattici, osteggiando di fatto il pluralismo.

Il libro di Silvana Patriarca, scritto in maniera comunicativa, conduce lontano, coinvolge anche il lettore di target medio, offrendogli elementi di riflessione: la cosa più importante è comunicare con quante più persone possibile. In conclusione Pagano ha apprezzato questo stile diretto, che nel suo intervento di commento il professor Bruno Ziglioli dell’Università di Pavia ha definito “stile valsesiano”, poiché appartiene anche ai migliori storici locali, come Enzo Barbano.

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