BorgosesiaNotizie dal territorio

Borgosesia: presentato il volume “La Valsesia di Carlo Bascapè”

Franco Dessilani, Presidente dell’Associazione Novarien, insegnante, studioso serio e rigoroso, che poggia sempre le sue affermazioni su documenti, nel ciclo di conferenze: “Tra Museo e territorio”, organizzato da Palazzo dei Musei, in collaborazione con la Società Valsesiana di Cultura e il Centro Studi Turcotti di Borgosesia, ha presentato a Borgosesia, nel salone di Casa Turcotti, messo a disposizione dalla Presidente del Centro Studi, Marinella Mazzone: La Valsesia vista dal vescovo di Carlo Bascape’, il vescovo al quale, tra fine Cinquecento ed inizio Seicento, si fa riferimento sotto tanti aspetti.

Carlo Bescapè, barnabita,collaboratore di Carlo Borromeo del quale si considerò “perpetuus alumnus”, autore della biografia ufficiale del santo milanese, fu il più fedele applicatore dei dettami del Concilio di Trento e venne nominato vescovo di Novara nel 1593. Quella descritta dal Bascapè è una Valsesia guardata da Novara, visitata in occasione delle due visite pastorali compiute nell’estate del 1594 e nell’estate-autunno del 1599, che furono anche l’occasione per l’istituzione di diverse parrocchie, venendo incontro alle esigenze di una popolazione in crescita.

Bascapè nel 1612 scrisse la Novaria, seu De Ecclesia Novariensi, il primo libro di storia complessiva del territorio di Novara e della sua diocesi, in cui ogni località ha un suo spazio, ma questo fu anche il primo libro geografico, essendo preceduto da una carta della Diocesi di Novara, realizzata dal francescano Padre Filippo Gallina,-Nobis dictandibus – su precise indicazioni del vescovo, che si basava sui ricordi raccolti durante le visite pastorali. Nella descrizione del paesaggio naturale il vescovo fu colpito dall’aspetto selvaggio e orrido della montagna, locus horridus, così come si presentava negli anni della piccola età glaciale, che caratterizzò i secoli dalla fine del Medioevo fino alla seconda metà dell’Ottocento. Bascapè fu un vescovo aristocratico, ma attento alle cose quotidiane, che vennero inserite in un libro scritto in latino e destinato ad un pubblico colto”.

Carlo Bascapè fu attento oltre che all’amministrazione religiosa a quella civile, occupandosi anche di demografia e di economia. L’emigrazione fu uno degli argomenti che maggiormente lo preoccuparono: si informava sui mestieri degli emigranti, secchiai, rigattieri, facchini, spazzacamini, macellai, fabbri, osti, stallieri, controllava che prima della partenza per l’estero gli emigranti si fossero confessatie avessero ricevuto la comunione e che al rientro presentassero al parroco la dichiarazione di aver ottemperato ai doveri di ogni buon cattolico, ma notò anche la generosità degli emigranti nei confronti delle chiese dei paesi d’origine.

Il vescovo conosceva bene la situazione della Valle, con la presenza walser ad Alagna e Riva, comunità per le quali era importante avere parroci che parlassero la lingua, che faceva venire anche dalla Svizzera tedesca.

La Valsesia dolciniana dal Bascapé venne messa in scena come un dramma teatrale: forse potè leggere gli Atti del processo a Dolcino, se mai questi siano mai esistiti, Franco Dessilani ha anche ricordato l’esaugurazione della Cappella di San Bernardo sul Monte Rubello.

A fronte della Valsesia “demoniaca” c’era una Valsesia “santificata”, rappresentata dalla Beata Panacea: il vescovo Bascapè chiese al Parroco di Quarona, Bernardino Lancia, di scrivere la biografia della Beata, alla quale fu imposto il nome Panacea, che sostituì l’originario Panasia: “La Panacea fu in qualche modo costruita da Bernardino Lancia che la delineò in un modo a lui confacente, tratteggiandola con penna felice, che forniva una visione arcadica della Valsesia. Il Lancia dice di aver raccolto la tradizione locale, ma certo i documenti più antichi e più veritieri sono solo gli affreschi”.

Carlo Bascapè può dunque essere definito un vescovo geografo, cartografo, che gettò uno “sguardo urbano” sulla Valsesia, da uomo del suo tempo, che guardava alla montagna dalla città: “Una montagna al servizio della città, una città indispensabile alla montagna, una montagna sfavorita dalla natura, gravata dunque da un pregiudizio che pesò a lungo nella storia, raccontata da un uomo severo ed attento al territorio, alle presenze umane, alle condizioni economiche, alle esigenze religiose, alle tradizioni letterarie”.

Al termine dell’apprezzato intervento al relatore sono state chieste molte precisazioni, ed è stata ribadita l’importanza delle visite pastorali come strumenti storici per conoscere il numero delle famiglie, le anime da comunione, ma non il numero totale della popolazione, anche perché i vescovi desumevano le loro informazioni dai rapporti richiesti ai parroci locali, che trasmettevano i dati sulla base di quanto era percepito, che in parte poteva non coincidere con la realtà, quindi: “Le visite pastorali sono uno strumento, da confrontare con altre fonti per avere una visione più completa”.

Il prossimo appuntamento  delle conferenze del ciclo “Tra Museo e territorio” sarà in Pinacoteca venerdì 14 ottobre: Benedetta Brison e Gabriella Ozino Caligaris, parleranno dell’intervento di restauro in atto nella cappella di Santa Margherita all’interno della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

 

Guarda tutto

Lascia il tuo commento

Back to top button