Oltre 400 visite alle mostre nei giorni successivi al Festival, pubblico italiano e straniero, nuovi progetti e uno sguardo già rivolto al futuro. Dopo il successo dell’edizione 2026 del Festival delle Relazioni di Varallo, abbiamo fatto un bilancio con il direttore artistico e direttore dell’Associazione Culturale Creativa che organizza la manifestazione: Antonio Spanedda.
Festival delle Relazioni 2026: un successo proseguito oltre l’evento
Il Festival delle Relazioni 2026 si è concluso, almeno sulla carta, dopo tre giornate di incontri, arte, musica e performance. Ma qualcosa è continuato anche dopo.
Le mostre allestite a Varallo sono state infatti prorogate fino al 19 agosto e, nei giorni successivi alla manifestazione, hanno registrato oltre 400 visite, con una presenza significativa sia di persone del territorio sia di visitatori stranieri.
Un risultato che racconta forse meglio di qualsiasi numero ciò che il Festival vuole diventare: non semplicemente un appuntamento culturale concentrato in pochi giorni, ma un luogo di incontro e una realtà capace di creare nuove connessioni.
Ne abbiamo parlato con il direttore artistico del Festival e direttore dell’Associazione Culturale Creativa.
Speravate in una buona partecipazione, ma vi aspettavate una risposta così forte da parte del pubblico?
Speravamo in una buona partecipazione, ma la risposta del pubblico è andata oltre le nostre aspettative, nonostante la giornata inaugurale compromessa dal maltempo. La cosa che ci ha fatto particolarmente piacere non è stata soltanto la presenza durante i giorni del Festival, ma il fatto che le persone siano tornate anche nei giorni successivi a visitare le mostre e a scoprire le opere.
Forse è stato proprio questo il momento in cui abbiamo capito che qualcosa stava funzionando: quando il Festival ha smesso di essere semplicemente un appuntamento di alcuni giorni ed è diventato un luogo che le persone sentivano di poter abitare, incontrare e ritrovare.
Abbiamo registrato, nei giorni successivi, oltre 400 visite, con una presenza significativa sia di visitatori stranieri sia di abitanti di Varallo e del territorio. Per noi questo è un dato importante, perché dimostra che la cultura può generare curiosità e movimento anche oltre la durata ufficiale di un evento.
“La biologia delle emozioni” è stato il tema di questa edizione. Quale messaggio volevate lasciare attraverso linguaggi così differenti?
Volevamo partire da una domanda molto semplice: che cosa succede dentro di noi quando entriamo in relazione con qualcun altro?
Le emozioni non sono qualcosa di astratto o esclusivamente individuale. Hanno una dimensione biologica, ma allo stesso tempo sono profondamente influenzate dalle relazioni, dall’ambiente, dalla cultura e dalle esperienze che viviamo.
Attraverso linguaggi diversi – l’arte, la musica, la parola, la performance, la fotografia – abbiamo cercato di mostrare che le relazioni ci trasformano. E che nutrire relazioni significa, in qualche modo, prenderci cura di noi stessi e della comunità in cui viviamo.
Il messaggio che vorremmo lasciare è proprio questo: non siamo individui isolati, siamo esseri in relazione. E la qualità delle relazioni che costruiamo determina anche la qualità del mondo che abitiamo.
Le mostre sono state prorogate fino al 19 agosto. Che tipo di pubblico avete incontrato? Qui sotto, immagini di alcune delle mostre ed esperienze del festival.
Ci ha colpito soprattutto la varietà delle persone che hanno attraversato le mostre. Non soltanto il pubblico abituale dell’arte contemporanea, ma famiglie, giovani, persone del territorio, visitatori arrivati da fuori e anche persone che magari entravano in uno spazio espositivo per la prima volta.
Molti si sono fermati a parlare, a fare domande, a raccontare la propria esperienza. Ed è proprio questo che cerchiamo: non un pubblico che semplicemente guarda, ma un pubblico che partecipa e che si sente coinvolto.
Quando un’opera riesce a far nascere una conversazione tra persone che non si conoscevano, per me quella è già una forma di arte relazionale generativa: perché mette in connessione e produce nuove idee.
Mettere insieme artisti, istituzioni, associazioni, volontari e pubblico non deve essere semplice. Qual è stata la difficoltà maggiore e quale la soddisfazione più grande?

La difficoltà maggiore è stata proprio tenere insieme tante persone, sensibilità e linguaggi diversi, cercando di costruire un progetto che non fosse semplicemente una somma di eventi.
Un Festival come questo richiede molta energia, lavoro organizzativo e capacità di mediazione. Ma credo che la sua forza nasca proprio dalla contaminazione.
La soddisfazione più grande è stata vedere che questa complessità, alla fine, diventava una comunità. Artisti, studenti, volontari, istituzioni, sponsor, associazioni e pubblico hanno contribuito, ognuno in modo diverso, a costruire qualcosa che appartiene a tutti.
Il Festival può diventare qualcosa che va oltre i giorni della manifestazione e contribuire alla vita culturale di Varallo e della Valsesia durante tutto l’anno?

Credo di sì, e forse questa è la sfida più importante per il futuro.
Un Festival non dovrebbe essere soltanto un evento che arriva, occupa uno spazio per qualche giorno e poi scompare. Può diventare una piattaforma culturale capace di generare relazioni durante tutto l’anno, mettendo in connessione le energie già presenti sul territorio.
Quest’anno abbiamo cercato di farlo anche attraverso “Nutrire Relazioni”, coinvolgendo alcuni produttori locali e portando all’interno del Festival il loro lavoro, le loro storie e il rapporto con il territorio. Parallelamente, con “Ritratti del Territorio”, il laboratorio di fotografia ha permesso di raccontare e rendere visibili proprio queste realtà, attraverso lo sguardo dei partecipanti.
È un esempio concreto di quello che intendiamo quando parliamo di arte relazionale e generativa: non portare semplicemente qualcosa dall’esterno, ma creare occasioni perché il territorio possa raccontarsi, incontrarsi e riconoscersi.
Varallo e la Valsesia hanno un patrimonio straordinario, non soltanto dal punto di vista paesaggistico e storico, ma soprattutto umano, e il Festival può contribuire a mettere in connessione questo patrimonio.
Vorremmo quindi che il Festival delle Relazioni diventasse sempre più una piattaforma permanente di incontro, capace di creare cultura, valorizzare ciò che già esiste e generare nuove relazioni e nuove opportunità per il territorio.
Dopo il successo di quest’anno state già pensando alla prossima edizione?

Sì, naturalmente stiamo già pensando alla prossima edizione, anche se credo sia importante non avere fretta di definire tutto. Prima vogliamo ascoltare ciò che questa esperienza ci ha lasciato e raccogliere le idee emerse dalle persone che hanno partecipato.
Una direzione che ci interessa molto è quella di coinvolgere ancora di più i giovani e le scuole del territorio. Quest’anno abbiamo iniziato a costruire questa possibilità e vorremmo farla crescere, dando agli studenti non soltanto uno spazio da visitare, ma un ruolo attivo nella costruzione del Festival.
E vorremmo anche sviluppare alcuni dei progetti di ricerca che sono emersi quest’anno. Uno dei più discussi è stato “Flora Sinfonica”, un’installazione sonora progettata dal compositore e programmatore borgosesiano Gabriele Balzano. Nelle Scuderie di Palazzo D’Adda una pianta, attraverso i propri segnali bioelettrici, dialogava con un sistema che, anche attraverso l’ausilio dell’intelligenza artificiale, selezionava e componeva un programma d’ascolto a partire da radio digitali.
È un progetto che ci interessa molto, perché mette in relazione natura, tecnologia e ascolto e apre una domanda che potrebbe accompagnarci anche nel futuro: possiamo imparare ad ascoltare la natura non soltanto come qualcosa che ci circonda, ma come qualcosa con cui entrare in relazione?
E poi c’è un altro tema sul quale stiamo ragionando: la relazione tra democrazia e intelligenza artificiale. C’è una parola che contiene già questa suggestione: DEMOCRAZIA, con quelle due lettere finali, “IA”, che oggi hanno assunto un significato completamente nuovo.
Potrebbe essere un modo per interrogarci su come cambieranno le nostre relazioni, la partecipazione, la conoscenza e perfino l’idea stessa di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Ma, come sempre, vorremmo che fosse il Festival a porre le domande, più che a fornire risposte. Perché una relazione vera comincia proprio quando accettiamo di metterci in ascolto.












