Giuseppe Sartorio, la pietra che ricorda.
Dal silenzio di Bonaria, la voce di un artista dimenticato
di Marco Pelosi
Muralto, Ticino – Svizzera, novembre 2025
Preambolo.
Il minimo che si possa dire della carriera di Giuseppe Maria Sartorio (Boccioleto, 1854 – Mar Tirreno, 1922) è che ebbe un inizio quanto meno curioso, oltre che un finale misterioso.
Si racconta infatti che il giovane Sartorio, redarguito dal parroco del paese, non la prese affatto bene: ben diciassette nasi di putti — soggetti che diverranno in seguito tra i suoi preferiti — furono staccati a martellate e scalpello dal coro ligneo della chiesa di Boccioleto.
Apriti cielo.
Il monello imberbe fu così spedito in collegio, verosimilmente a Varallo, quasi in un esilio educativo. Lì però ci si accorse ben presto del talento — finora mal espresso — del giovane ribelle. Dopo l’increscioso fatto dei putti “snasati”, l’adolescente Sartorio frequentò la Scuola d’intaglio Barolo, nell’ex convento delle Orsoline di Varallo.
La riscoperta di un nome.
A lui si deve una produzione monumentale vastissima — oltre seicento opere finora catalogate, distribuite tra piazze e cimiteri (circa 70 soltanto in Sardegna) — che testimoniano una diffusione capillare e una presenza artistica profonda.
Eppure, nonostante questa straordinaria eredità, il suo nome resta oggi poco noto al grande pubblico. L’artista che aveva dato un volto al dolore collettivo venne lentamente dimenticato, come se il tempo avesse velato le sue stesse sculture.
Le radici e la formazione.
Sartorio frequentò l’Accademia Albertina di Torino, disattendendo le aspettative del padre, che lo avrebbe voluto impegnato nella gestione agricola di famiglia.
Erano gli anni successivi alla partenza del suo professore, Vincenzo Vela, il celebre scultore ticinese di Ligornetto. Fu proprio Vela a indicare come suo successore Odoardo Tabacchi, che divenne poi maestro di Sartorio.
Le fonti sul Cimitero Monumentale di Bonaria citano anche Vincenzo Vela tra gli autori ottocenteschi, ma nessuna opera è oggi identificabile con certezza. Come ricorda Simone Raspino, molte sculture del primo nucleo andarono perdute o restano non firmate.
Di Vela è invece documentato il busto del generale Alberto La Marmora, conservato fino a qualche tempo fa al Museo archeologico nazionale di Cagliari.
Una curiosa continuità ideale unisce così tre generazioni di scultori accomunati dal medesimo credo artistico: dare forma visibile al sentimento umano, traducendo la verità dell’animo nella verità della materia.
Il monumento a Quintino Sella.
Il 1884 fu l’anno della svolta per Giuseppe Sartorio.
Ricevette infatti, dalla Sardegna, l’incarico di eseguire il monumento dedicato a Quintino Sella, grande statista piemontese e ministro delle Finanze, ma anche pioniere delle attività minerarie dell’isola, in particolare a Monteponi, presso Iglesias.
Per il giovane scultore valsesiano fu un riconoscimento prestigioso: non solo perché legava il suo nome a una figura di rilievo nazionale, ma anche perché segnava il suo primo contatto con la Sardegna, terra che sarebbe poi divenuta la sua seconda patria artistica.
Il monumento — collocato nella piazza principale di Iglesias — unisce rigore accademico e sensibilità realista, restituendo al Sella non un’icona distante, ma la presenza viva di un uomo di scienza e di Stato.
Il successo fu enorme, e le commesse arrivarono subito, abbondanti: oltre ad altri monumenti cittadini — tra cui il Monumento ai Martiri d’Italia a Cagliari e quello a Vittorio Emanuele II in piazza d’Italia a Sassari — iniziarono le prime richieste di monumenti funebri destinati ai cimiteri delle città di tutta la Sardegna.
Fu l’inizio di una stagione intensa e feconda, in cui la mano di Sartorio seppe fondere sentimento e misura, dando vita a un linguaggio scultoreo che avrebbe segnato in profondità la memoria artistica dell’isola.
I laboratori di Torino, Cagliari e Sassari.
Dopo quello di Torino, Sartorio aprì il suo atelier a Cagliari nel 1885; pochi anni dopo anche una sede a Sassari e successivamente anche a Roma (tra il 1886 e il 1890).
Si circondò di un gruppo di collaboratori e artigiani di fiducia — fra cui i fratelli Usai, Luigi Manfredi e Luigi Corona — ma anche di figure dell’ambiente accademico cittadino, come i professori Betteo e Bernasconi, che frequentavano assiduamente il suo atelier.
La Sardegna fu la sua fortuna, tanto da essere considerato cagliaritano d’adozione: proprio nelle due città isolane la sua arte trovò terreno fertile e riconoscimento. Segno di quanto il suo lavoro avesse ormai assunto un respiro quasi “scuola”, capace di attrarre giovani e maestri della scultura sarda di fine Ottocento.
La memoria scolpita.
Dal Piemonte alla Sardegna, l’arte di Sartorio mantiene una coerenza profonda: la volontà di dare voce alla memoria attraverso la pietra.
Le sue sculture, disseminate in oltre settanta cimiteri dell’isola, non sono solo monumenti funebri, ma testimonianze di un sentimento collettivo, una coralità che unisce dolore, affetto e bellezza.
Nelle sue figure velate e nei gesti sospesi sembra vivere l’eco di un’umanità che non vuole scomparire, ma continuare a parlare attraverso il silenzio del marmo.
Sartorio, oltre il “Michelangelo dei Morti”.
Il soprannome “Michelangelo dei Morti”, tanto suggestivo quanto riduttivo, ha finito per cristallizzare l’immagine di Giuseppe Maria Sartorio come semplice interprete del dolore e della memoria.
In realtà, nelle sue sculture non c’è solo la morte: c’è la vita che resiste nel marmo, la grazia che si piega al sentimento, la luce che trasforma la pietra in emozione.
Come Bernini, Sartorio seppe dare movimento al marmo, animando figure che sembrano respirare; come Canova, raggiunse una grazia formale e una morbidezza delle superfici che trasfigurano la materia, unendo realismo e idealizzazione.
Nelle sue figure femminili — come la giovane Elisa Mossa o la donna del sepolcro Todde e Oppo — si coglie una sensibilità neoclassica e sentimentale insieme, molto più vicina a Canova che a Michelangelo. Sartorio sta idealmente tra Bernini e Canova: della prima conserva il pathos e il dinamismo, del secondo la purezza e la grazia.
Davanti alle sue statue, immerse nel silenzio dei cimiteri o nei giardini dimenticati delle città, si comprende che Sartorio non scolpì la morte, ma la permanenza della vita. Nel marmo seppe custodire un respiro, nel dolore una carezza, nella memoria una luce.
Emblematica, in questo senso, è la Tomba Giuseppe Todde e Luigia Oppo (1894) nel Cimitero Monumentale di Bonaria a Cagliari, dove il merletto della mantellina, scolpito con precisione quasi pittorica, sembra quasi tessuto, capace di catturare la luce e la commozione del momento.
Altro capolavoro è il Monumento a Elisa Mossa (1907), nel medesimo cimitero: una giovane donna, scomparsa a diciott’anni, che lo scultore ritrae in una posa di attesa silenziosa e di struggente dolcezza.
La tomba di Francesca Crobu Warzée (1893), tra le opere più toccanti del Cimitero Monumentale di Bonaria vi è il monumento dedicato a Francesca.
La giovane donna giace composta nel sepolcro, la testa reclinata su morbidi cuscini; accanto a lei, il figlioletto Carlo solleva con dolcezza il drappo funebre per donarle un ultimo bacio.
Un gesto semplice, eppure capace di racchiudere insieme tenerezza e dolore, vita e addio: forse una delle espressioni più umane della scultura di Sartorio, dove la pietra sembra trasformarsi in carne e sentimento.
La tomba di Efisio (Efisino) Devoto (1887), un’altra presenza struggente di Bonaria, è la tomba di Efisio Devoto, detto affettuosamente Efisino, morto nel 1887 a soli trentatré mesi.
Il bambino, seduto sulla sua seggiolina, ha la testolina reclinata su una spalla: sembra soltanto dormire. La madre, disperata, lo chiama una volta, poi ancora, finché, nel dolore, esclama:
«Cattivo! Perché non ti risvegli?!»
Un grido inciso nella pietra, che attraversa il tempo come una delle più potenti espressioni d’amore e disperazione materna.
In questa piccola scultura, Sartorio riesce a dare forma al silenzio stesso della perdita, rendendo eterno l’attimo in cui la vita si ferma e il cuore continua a chiamare.
Bonaria, il museo silenzioso.
Il Cimitero Monumentale di Bonaria, a Cagliari, è il cuore pulsante dell’opera di Sartorio: un autentico museo a cielo aperto, dove oltre un centinaio di sue sculture compongono un racconto corale della memoria.
Durante la mia visita ho percepito un silenzio diverso: un silenzio che parla attraverso la pietra. Le sue figure non sono monumenti distanti, ma presenze familiari, immerse in un’atmosfera di pietà laica e di profonda umanità.
Un destino interrotto.
La vicenda umana di Giuseppe Sartorio si chiude tragicamente nel settembre 1922. Durante il viaggio di ritorno dalla Sardegna, scomparve in mare tra Terranova (oggi Olbia) e Civitavecchia.
Non se ne seppe più nulla.
Il mare, che aveva unito la sua vita artistica tra Piemonte e Sardegna, divenne il custode del suo mistero.
Radici e tracce.
Sartorio appartiene alla grande tradizione degli scultori valsesiani, capaci di esportare il loro talento ben oltre le Alpi.
Le montagne lo formarono nella disciplina del mestiere; la Sardegna lo trasformò nell’artista della luce e del sentimento.
In questo dialogo tra Nord e Sud — tra la severità del granito e la trasparenza del marmo — risiede la sua originalità.
La riscoperta contemporanea.
Negli ultimi anni, un crescente interesse ha riportato l’attenzione su Sartorio.
In Sardegna, grazie all’impegno di Francesco e Roberto Cherchi, Bruno Lombardi, Simone Raspino e Milvia Petta, si sta ricostruendo un vero itinerario della memoria.
In Piemonte, Gianni Martinetti ha collegato le origini valsesiane con la produzione isolana.
Un ruolo prezioso va riconosciuto anche a Sabrina Filosi, ideatrice e redattrice del portale Eventi Valsesia e Alto Piemonte, attenta e sensibile divulgatrice dello scultore, che con passione contribuisce a far dialogare idealmente Boccioleto e Bonaria, le due estremità della vita di Sartorio.
Temi e interpretazioni.
Realismo poetico, dialogo tra Valsesia e Sardegna, memoria come estetica, silenzio come linguaggio, artista dimenticato: sono questi i nuclei che definiscono la poetica di Sartorio e la sua attualità.
La pietra che ricorda.
Parlare di Sartorio oggi significa interrogarsi sul valore della memoria nell’arte.
Le sue sculture non sono solo monumenti funebri, ma ponti tra il visibile e l’invisibile, tra chi resta e chi è partito.
In un’epoca che dimentica in fretta, la sua opera ci insegna che la bellezza può nascere dal dolore, e che la memoria, scolpita con amore, non muore mai.
È questa, forse, la lezione più alta della pietra che ricorda.
✍️Fonti e ringraziamenti.
Ricerche, fotografie e appunti di campo di Marco Pelosi (Cagliari, Iglesias, Nulvi).
Con la collaborazione di Simone Raspino, Lorenzo Spanedda, e gli amici Angela Murgia, Carlo Cherchi, Salvatore Nieddu e David Blok.
Si ringraziano inoltre Sabrina Filosi, Francesco e Roberto Cherchi, Bruno Lombardi, Milvia Petta e Gianni Martinetti per il loro contributo nella divulgazione e nella riscoperta di Giuseppe Sartorio.
📙Bibliografia essenziale:
Cherchi Francesco e Roberto, Prima del buio, Giuseppe Sartorio e le vite degli altri, Cagliari, 2023
Petta Milvia, G.M. Sartorio: l’Arte, la Sostanza e lo Spirito, Borè srl., 2022
Martinetti Gianni, Giuseppe Sartorio, Il “Michelangelo” dei morti, Giuliano Ladolfi Editore, 2024
















