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“Il vino nell’arte pittorica”, se ne è parlato presso il Lions Club Valsesia

Luigi Terzago, Presidente FISAR, Federazione Italiana Sommelier, Albergatori, Ristoratori, un’organizzazione senza scopo di lucro, fondata ad Asciano nel 1972, che dal 2001 ha ottenuto il riconoscimento giuridico da parte dello stato italiano, è stato gradito ospite di una conviviale organizzata dal Lions Club Valsesia.

Il Presidente Fausto Luotti, lo ha ringraziato annunciando il tema della serata: “Il vino nell’arte pittorica”.“Il vignaiolo ha la sua tavolozza e i suoi pennelli, muovendosi come l’artista che crea le sue opere”: a quadri famosi, appartenenti a pittori diversi, sono stati associati vitigni altrettanto famosi, almeno per gli addetti ai lavori, e il relatore ha parlato dei vini che ne derivano.

Caravaggio, il pittore della luce, è stato accostato al Sangiovese, vitigno italiano tra i più diffusi dalla Romagna alla Campania…che ha origini calabre!: il relatore è uno studioso del genoma e quindi ha parlato delle sue nuove ricerche sul DNA dei vitigni.

Il barocco francese di Etienne Gerard nella Goliardia, è stato assimilato al Pinot Nero, vitigno importantissimo a livello enologico, diffuso in tutto il mondo, il cui nome, che significa “piccola pigna”, deriva dalle modeste dimensioni del grappolo, con gli acini fissi come le squame della pigna. La ragione di una così vasta diffusione è stata spiegata
partendo da molto lontano nella storia: “Nel 396 d.C., sul nostro territorio, la vite, appena addomesticata, da Vitis Vinifera a Vitis Sativa (la sottospecie che comprende le varietà coltivate denominate, nel lessico tecnico e scientifico della Viticoltura, cultivar o vitigni), fu bloccata dalle invasioni barbariche, che debellarono i viticoltori dal Nord fino alla Campania. Ci fu un’interruzione di settecento anni: solo nel 1100 si riprese reincrociando vitigni con la vite selvatica. Una storia diversa ebbe la Borgogna, che in quei settecento anni continuò ad autoselezionare i suoi vitigni, ottenendo vini di grande qualità”. In Italia oggi abbiamo circa millecinquecento vitigni, mentre i francesi ne hanno sessanta.

Il bevitore di Cezanne è un quadro in cui il punto focale è la bottiglia: è stato assimilato al Sirà, un vitigno originario della Valle del Rodano, con una storia che parte dalla Persia e arriva lontano, “parente” di un vitigno originario della Basilicata, l’Aglianico del Vulture. Il ritmo cromatico molto acceso del futurista Boccioni, è stato accostato al vitigno principale della Campania, l’Aglianico Ellenico, che dà origine ad uno dei vini più blasonati del Sud Italia il Taurasi, definito Barolo del Sud.

Fortunato De Pero, con il Bevitore di Anacapri, giocato sui toni verdi e violacei, è stato assimilato al Nebbiolo, il nostro vitigno principe, dal quale si producono Barolo e Barbaresco. I vini un tempo erano talvolta molto diversi da come li conosciamo oggi: Thomas Jefferson, Presidente degli Stati Uniti d’America, degustò il Barolo alla corte del re
d’Inghilterra nel 1771, e lo definì: “Dolce, strutturato e frizzante”, perché a quel tempo la fermentazione avveniva sotto tettoie e il freddo la inibiva, quindi i vini erano sempre dolci e mai secchi. Solo nel 1836 si portò la fermentazione nelle cantine: con una temperatura più adeguata, tanto che il mosto poteva sviluppare tutti gli zuccheri in alcool, diventando il vino secco che oggi conosciamo. Stessa sorte ebbe lo champagne che fino al 1848 era dolce, dovettero passare trent’anni perché diventasse secco: “Provate a gustare il caviale con l’Asti spumante dolce metodo classico e vi sorprenderete”.

Di quadro in quadro, di vitigno in vitigno il discorso si è fatto sempre più intrigante, approdando a Manet, Al bar delle Folies Bergères e a parlare di “Piwi” i vitigni del futuro, resistenti all’oidio, alla Peronospora e al freddo, definiti: “Ibridi produttori”.

Nel film Sideways del 2004, una ricerca delle vie del vino californiano, si stappò una bottiglia di Cheval Blanc del 1961 con una battuta restata memorabile: “Non occorre aspettare una grande occasione per berlo: aprire una bottiglia di Cheval Blanc è una grande occasione”.

Verso il finale della conversazione “etilica”, con la bottiglia di vino di Mirò, Terzago è giunto al “vino botritizzato”, che deriva da uve colpite da “muffa nobile”, la Botrytis Cinerea. E’ stata davvero una serata ad alto tasso alcolico, ma nessuno tornando a casa sarebbe stato positivo al palloncino, perché l’affascinante eloquio del relatore ha permesso di “libare” nettari preziosi, centellinati in ottima compagnia.

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