Domenica 19 aprile si è chiusa a Varallo la mostra Storie naturali di Elisabetta Pellarin, allestita nelle sale di Palazzo D’Adda.
L’artista è stata molto soddisfatta dai numerosi visitatori che spesso sono tornati più volte per rivedere le opere e ragionare con colei che le aveva realizzate, ma anche dall’aver conosciuto molti docenti del Liceo Artistico di Varallo.
Friulana di nascita, Elisabetta ha portato “Marilenghe”, un quadro che raffigura un roccioso abitante di quei territori, di cui lei ha interiorizzato la forza e la determinazione.
Il percorso della mostra si snodava attraverso una cinquantina di opere: dal primo olio realizzato a dodici anni che ritraeva la visione dalla sua casa di Azzano, ai bozzetti per eventi e spettacoli: il poeta Pier Paolo Pasolini era ben conosciuto in famiglia e quindi ha voluto ricordarlo con: “A parlar di poesia sotto le stelle”. S’impone al visitatore un’opera interamente realizzata con carta riciclata: “Bambino e il suo cielo – stellar nursery“: “Ricordo di una bambina di otto anni che, di fronte al mare, camminando sulla sabbia, chiedeva al suo papà: “Esiste un infinito nel grande e uno nel piccolo?”.
In “Autoritratto con il pennello in bocca” riaffiora la bambina che a due anni disegnava angioletti sotto le sedie del tinello di casa, che poi si iscrisse alla facoltà di Matematica, seguendo anche un anno a Fisica e laureandosi con lode con una tesi di ricerca sulla formazione dei sistemi planetari. L’artista ama paragonarsi al falco pellegrino “che guarda le cose dall’alto e poi si tuffa in picchiata, curiosa di scienza e di arte”, con tra i suoi affetti più cari: il padre ingegnere “un ritratto postumo, forse per recuperarlo”, la madre raffigurata come una grande vite: “Lei era intensa, generosa, complicata e straordinariamente generosa”.
Quasi con pudore si affacciano le sue figlie bambine: Francesca, che oggi ha trentadue anni e Benedetta che ne ha trentaquattro, e concede un autoritratto: “Icona del tempo”. “Borders mutevoli e superabili” è un’opera di profondo significato civile, dedicata al concetto di confine, mutevole tra ombra e luce, superabile, perché solo allontanandosi fa emergere il senso del colore.
Un’intera sala era occupata da opere dedicate al “suo Carso”, nell’asprezza della roccia, unita all’esplosione di rossi, fucsia, viola, accarezzata dai cieli color cobalto, ma anche all’alba nella luce fredda che si porta via la notte. Elisabetta ama accostare poesie di autori diversi o composte da lei stessa, passa da Alda Merini, semplicemente “L’Alda”, ritratta mentre è intenta a pensare dei versi, che scintilleranno cristallini, alla grande fotografa friulana Tina Modotti.
Il dono alla città di Varallo
Come segno di riconoscenza per l’accoglienza ricevuta l’artista-scienziata ha voluto regalare alla Città di Varallo – profondamente grata per la mostra proposta e tale dono – una grande Crocifissione, che troverà collocazione in Municipio: “Viviamo un tempo difficile, carico di incognite: questo è il mio augurio, concretizzato in un Cristo che protegga la Città ed i suoi abitanti”.


