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Varallo: in biblioteca le Piante sono protagoniste

In Biblioteca a Varallo le piante sono protagoniste importanti, dalle immagini di NaturalMente Soster, ai numerosi libri presenti nelle raccolte. Chiamare ogni pianta con il suo nome è indice di conoscenza e di rispetto e contribuisce alla tutela e alla preservazione della biodiversità.

Gian Paolo Mondino, noto botanico piemontese, per far conoscere meglio
e tutelare la ricca flora spontanea piemontese, ha condiviso le preziose informazioni floristiche ed etnobotaniche raccolte in anni di esplorazione sul territorio in: “I nomi delle piante nelle parlate del Piemonte”, un corposo volume curato ed edito dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, donato da Ermanno Debiaggi.

Marta Dellavedova ha recentemente offerto alla Biblioteca di Varallo una copia del volume: “Parola alle piante. Saggio di fitotoponomastica di una valle alpina”, incentrato sulla Val di Susa, scritto da Federica Cusan, studiosa dell’Università di Torino, pubblicato dalle Edizioni Dell’Orso di Alessandria nella Collana: Lingua, Cultura, Territorio, diretta da Tullio Telmon, interamente dedicato alla presenza in Valle di Susa di alberi ed erbe, di prati e colture, di vigne e pascoli, di un paesaggio: “Nominato dagli uomini di ieri che può diventare per quelli di oggi un palinsesto non
solo di memorie, ma di nuove progettualità”. Attraverso la fitotoponimia emerge il complesso sistema di denominazione e classificazione della realtà, funzionale per la comunità che lo adotta e che oggi, a distanza di secoli, mantiene la sua validità di riferimento: “Nei nomi di luogo, lasciati in eredità dai valligiani di un tempo ai (nuovi) montanari di oggi, si ritrovano le tracce di tecniche, di comportamenti e di progettualità compatibili e sostenibili di gestione e sfruttamento delle risorse locali”. Questo studio è un punto di partenza per rispondere in maniera consapevole alle nuove sfide ambientali e climatiche, ma anche culturali e sociali, che interessano le vallate alpine.

“Nel libro si parla anche di molti paesi della nostra Valle”: Marta Dellavedova segnala, a puro titolo esemplificativo, a Carcoforo: Pasqué, Frasciu dal Vote, ant al Liriunère, Costa dal Vulare, a Riva Valdobbia: ‘l Pasquè Grand, a Campertogno: l‘Pian dal Ratti, ad Alagna: in d’ Rat-àkku, a Rimasco: Pian ‘d la Ratta, Rimella: d Rátte, der Tröŝchu- räk. Federica Cusan riporta toponimi simili a quelli valsesiani, che trovano la loro radice nel nome di piante ed erbe, ma non solo, perché ci sono anche notizie particolari, legate alle tradizioni e all’uso delle erbe da parte delle popolazioni locali, come la carlina, utilizzata in passato per curare la peste.
Le derivazioni dei toponimi hanno radici molto diverse e testimoniano un passato esempio di integrazione tra popolazioni differenti: incontri/scontri causati da guerre, scorribande di barbari, ma anche migrazioni per lavoro dei popoli. I volumi citati dunque non sono riservati ai linguisti o ai botanici, ma aiutano a comprendere la storia ed il vissuto di un territorio.

La riconquista libertà di movimento è un invito a scoprire le piante nel loro habitat, scoprendo in Valsesia i due percorsi presentati nel progetto toponomastico Mapping Alpine Placenames for Upward Sociality (MAPforUS), progetto di Ateneo del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino, cofinanziato dalla Compagnia di San Paolo, nato per mappare i nomi di luogo per valorizzarli e dare loro maggior visibilità, anche al di fuori dell’ambito locale.

“I nomi dell’erba”: sentiero realizzato da Roberto Fantoni, Emma e Marta Dellavedova, Marino Sesone, che parte da 1300 metri ed arriva a 1799, è nato proprio dalla varietà botanica e linguistica che caratterizza la vallata dell’Egua. Per il sentiero che da Sant’Antonio sale fino alla Peccia, Piero Carlesi ha scelto un titolo parlante: “Un’escursione etnografica in Val Vogna”, perché qui l’uomo ha interagito dall’antichità con la natura, “antropizzando” il territorio, senza violentarlo, lasciando una traccia della sua presenza, evitando di depredarlo. Per entrambi i percorsi è stato
fondamentale l’apporto di Federica Cusan, che ha sistematizzato i dati, inserendoli nel progetto più ampio. Consigliamo inoltre la lettura di due appassionanti articoli incentrati sulla Val d’Egua.

Sul Notiziario CAI di Varallo del dicembre 2020, è stato pubblicato il contributo: “I nomi dell’erba. Un’escursione toponomastica tra fienili, prati, pascoli a Carcoforo”, firmato da Roberto Fantoni, Federica Cusan, Marta Dellavedova, Marino Sesone e Mario Soster, nel quale viene presentato l’itinerario toponomastico nel comune di Carcoforo. Recuperare quegli antichi saperi valligiani è stato possibile solo grazie alle persone che hanno colto ed interiorizzato quella cultura in cui le sole “vetrine” concesse alle donne di montagna erano collegate alla natura, alle erbe, ai pascoli, agli armenti.

Sulla rivista “Le Rive” n. 5 del 2020, Roberto Fantoni, Federica Cusan, Marta Dellavedova e Marino Sesone propongono un ulteriore approfondimento: “Carcoforo. Il paesaggio antropico tra fine Ottocento e inizio Novecento nelle fotografie storiche e nella memoria toponomastica, nel quale si descrive la trasformazione del paesaggio
avvenuta a Carcoforo attraverso l’esame di fotografie storiche ed il recupero della memoria toponomastica effettuata tramite il progetto MAPforUS, realizzato tra il 2016 e il 2020. Le interessanti “foto-mappe” pubblicate espongono sono alcuni dei toponimi raccolti, perché la ricerca è ancora in corso, confrontandosi con i ricordi delle persone che abitano i
luoghi, stimolando la comunicazione di variazioni, commenti o aggiunte, rispetto a quanto già indicato. Raccogliere parole, toponimi, significa salvare dall’oblio le radici della nostra terra, che, non dimentichiamolo mai, ci è stata solo concessa in uso, per tramandarla alle nuove generazioni, perché anche per loro diventi: “Alma Mater”, madre nutrice, così come gli studi contribuiscono a formare persone consapevoli e rispettose delle differenze.

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