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Varallo: nuove scoperte sul Ponte di Varade e Palazzo Scarognini

Grandi novità dal Professor Casimiro Debiaggi sul “Ponte de Varade” e Palazzo Scarognini. Una rupe mimetizzata e un ponte sul Sesia a Crevola.

Sabato 11 settembre presso il Centro Congressi di Varallo, a Palazzo D’Adda – gremito di pubblico incuriosito dalle promesse “rivelazioni”, frutto dei lunghi studi dello storico dell’arte, Professor Casimiro Debiaggi, sulle strutture dell’imponente edificio varallese, che domina il Ponte de Varade – l’Assessore Enrica Poletti ha portato il saluto ufficiale del Sindaco, ringraziando lo studioso per l’impegno e la perseveranza profusi.

Già negli atti del Convegno sul centro storico di Varallo del 6 ottobre 1974, Casimiro Debiaggi si era occupato della configurazione urbanistica della città: “Uno dei più pittoreschi centri urbani dell’antico Piemonte”, interrogandosi su quando, dove e perché sorse Varallo. Il primo documento sicuro, ma molto tardo, con cui Varallo si affacciò alla storia, fu un atto dell’imperatore Corrado II: il 10 giugno 1025, preparandosi a scendere in Italia per essere riconosciuto re ed imperatore, da Costanza, rilasciò a Pietro III, vescovo di Novara, un solenne diploma in cui concesse alla chiesa novarese con molti altri beni: “Alpe de Otro simul etiam cum ponte de Varade et roccam Huberti de valle Sesedana”, un alpeggio e due manufatti imponenti. Il ponte era protetto dai due fiumi ed aperto verso le due valli, quindi, ha dedotto lo studioso, rivelava tutta una vita remota dietro di sé, risalente oltre all’alto medioevo, e quindi quasi certamente all’età romana, e forse anche al periodo celtico, come risulta da alcune testimonianze di rocce con coppelle ritrovate nel territorio di Varallo. Il ponte fu un naturale passaggio obbligato, come punto di diramazione verso le vallate superiori e punto di convergenza delle vallate stesse, quindi centro di commercio e di scambi di primaria importanza, nella pur limitata economia locale. Era certamente l’unico ponte in muratura di tutta la valle.

La prima “rivelazione” è stata che il Ponte de Varade era naturalmente protetto da una rupe, che però oggi è pressoché irriconoscibile, totalmente mimetizzata, avviluppata da costruzioni sorte su di essa, ma percepibile anche osservando l’andamento curvilineo dell’odierna Via Scarognini.

Quella rupe fortificata, riscoperta da Debiaggi, sfuggita a tutti gli studiosi precedenti, è ora tutta da studiare, così come l’esistenza durante il secolo XIII di un altro ponte, contemporaneo a quello sul Mastallone, ma gettato sul Sesia: il Pons Crebulae, citato in un atto notarile del 2 giugno 1261, rogato proprio su quel ponte da Pietro di Doccio, notaio di fiducia dei Conti di Biandrate. Si trattava verosimilmente di un modesto manufatto in legno, realizzato nel posto più stretto del fiume, addossato alla rupe della Tebaide. Il richiamo, ha ipotizzato Casimiro Debiaggi, è ad un altro ponte, solo dipinto, da Gaudenzio Ferrari nella cappella del Cristo in Croce al Sacro Monte: un lungo ponte di legno, che forse fu percorso anche da San Carlo quando per due volte giunse a Varallo dalla sponda destra: anche questa “scoperta” è tutta da studiare e approfondire.

Certo è che la patrizia dimora degli Scarognini si sviluppò in modo lento e disarticolato, a ridosso della rupe, con scale, scalette, rocce affioranti, cunicoli, acciottolati, pareti di roccia viva: nessuno potrebbe inventare qualcosa di così stravagante, con passaggi scavati nella roccia, un piccolo, ma vero e proprio fortilizio, quel “castellotto” che nel Quattrocento era già di proprietà degli Scarognini.

Sorse prima il Castellotto o furono gli Scarognini a costruirlo? Sappiamo, ha spiegato Debiaggi, che l’8 aprile 1406 in Casa Scarognini si tenne il Consiglio Generale della Valle, convocato dal feudatario Francesco Barbavara e quindi questa doveva essere la costruzione più importante della Valle. Fino all’inizio del Cinquecento gli Scarognini abitarono nel centro di Varallo, poi quando nel 1539 l’ultimo maschio della famiglia, Giovanni Antonio, sposò Dorotea Ferrero di Biella, nipote del grande Sebastiano Ferrero, lo sposo dovette adeguarsi all’importanza di quel casato e sistemare gli spazi che la famiglia possedeva al di là del Mastallone. Sul portale architravato tardo gotico, forse opera di maestranze alagnesi, eseguito per le nozze tra il 1529 e il 1530, campeggia un grande stemma a rilievo, partito in due campi, a sinistra l’arma degli Scarognini e a destra quella dei Ferrero. Quel maestoso portale fu la prima tappa per lo sviluppo del futuro palazzo che avvenne in tempi successivi. Dieci anni dopo fu completata la facciata più a nord, e il paramento curvilineo che si affaccia sul ponte, come testimonia il portale con la data 1543. Nel 1548 lo Scarognino intraprese
nuovi lavori che allarmarono i varallesi, convinti che costruisse un fortilizio. Il palazzo fu quindi una costruzione sorta senza un piano preordinato, per aggiunte successive. Nella veduta panoramica di Varallo, presente nelle prime pagine del Libro dei Misteri del 1565 tutto quanto esposto è ben visibile nel disegno. Francesca Scarognini sposò Giacomo D’Adda e qui si chiuse il capitolo degli Scarognini e si aprì quello degli eredi D’Adda: si ruppe il rapporto ponte – rupe -palazzo, ormai l’intento era solo più aulico, il palazzo divenne principesca sede stagionale, non più dimora stabile di un casato, venduto nel 1935 con tutti i suoi arredi, al Comune di Varallo, iniziò il suo periodo più triste, quello della decadenza.

Al termine dell’applaudita conferenza molte persone si sono poi aggregate alla visita guidata ad alcune parti del complesso, alle quali solitamente non è possibile accedere. Debiaggi ha fatto osservare che il salone del camino è il più vasto e luminoso salone di tutta la valle. Salire sulla rupe e ammirare la posizione strategica è stata davvero una sorpresa, così come scendere nei sotterranei del palazzo e ripercorrerne il perimetro esterno.

Il professor Debiaggi si è auspicato che nei prossimi anni venga organizzato un convegno di studi in cui vari studiosi affrontino le diverse problematiche: l’augurio che ci facciamo per il presente è che nei prossimi mesi, completi il suo studio, per il quale è già prevista una pubblicazione.

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