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Varallo: presentata la seconda edizione di “Francesco Moranino, il comandante “Gemisto”. La criminalizzazione della Resistenza”

A Varallo nella sala riunioni dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle Province di Biella, Vercelli e in Valsesia, è stata presentata la seconda edizione ampliata (la prima era del 2013) del volume: Francesco Moranino, il comandante “Gemisto”. La criminalizzazione della Resistenza di Massimo Recchioni: uno storico che ama andare ad indagare le storie “di confine”, quelle in chiaro scuro, i personaggi “scomodi” della Resistenza ufficiale, i buchi grigi nella storia della Repubblica nata dalla Resistenza.

Il 18 giugno 2017, quarantaseiesimo anniversario della morte di Moranino, l’Istituto Storico inaugurò il Fondo Francesco Moranino, ricevuto in deposito dalla moglie Bianca Vidali e dalle figlie Caterina e Simona, inventariato da Luigi Carrara, e che attende di essere studiato a fondo per far definitivamente uscire Moranino dalla “damnatio memoriae”, come ha
sottolineato il Direttore dell’Istituto, Enrico Pagano ricordando che: “In occasione del conferimento della Medaglia d’oro al valore militare alla città di Biella per l’apporto dato durante la Resistenza, aver ignorato la figura di Gemisto, anche negli ambienti ideologicamente più vicini, fu una colpevole “dimenticanza”, deplorata da personaggi importanti della Resistenza in una lettera pubblicata in prima pagina nel 1981 sul giornale Baita: è un altro segnale che indica come i conti con la storia di Moranino non siano ancora stati fatti”.

Lo storico Alessandro Orsi, ricordando un suo intervento al Rotary Club di Vallemosso, in cui parlò della storia fatta spesso da ventenni, citò Moranino, che a poco più di vent’anni guidò le Brigate biellesi, e tre soci uscirono dalla sala. Obiettivo del libro di Recchioni è quello di riportare Moranino al centro della storia, restituendogli il ruolo decisivo che ebbe nella costruzione dell’Italia nata dalla Resistenza: “Ricostruirne la biografia nel contesto in cui si strutturò, senza isolare soltanto le tristemente note vicende processuali che portarono alla condanna all’ergastolo nei tre gradi di giudizio”.

Perché anche oggi Francesco Moranino “Gemisto” è un nome impronunciabile in certi contesti? Francesco Moranino, il comandante partigiano “Gemisto”, fu tra i protagonisti della guerra di Liberazione ed il più giovane componente dell’Assemblea costituente. Ricoprì inoltre la carica di sottosegretario alla Difesa nel terzo governo De Gasperi, l’ultimo di “unità nazionale” prima del piano Marshall. Nel 1948 fu rieletto deputato, ma fu presto coinvolto in
un’inchiesta per la fucilazione nel novembre]1944, di cinque persone che agivano nella Resistenza sospettate di spionaggio e, [nel gennaio 1945], delle mogli di due di essi. Questa nuova edizione del libro di Recchioni contiene approfondimenti sul processo, grazie al fatto che oggi le carte processuali sono consultabili integralmente e gratuitamente, cui si aggiunge il ritrovamento di molti nuovi documenti, del periodo Costituente e degli anni in cui fu
parlamentare, fatto dalle figlie di Moranino, dopo la morte di Bianca Vidali, vedova da cinquant’anni.

Dalla querelle con Marco Travaglio nelle figlie si rafforzò la convinzione di essere fiere di quel padre, recuperandone la vera storia, calata nel pieno della “guerra fredda”, con un’amnistia per i reati di guerra applicata da una classe giudiziaria che era rimasta la stessa del ventennio. Nel 1947 si cercò di colpire Moranino, uno dei leader politici più in vista, attribuendogli responsabilità nell’”eccidio dello Psichiatrico di Vercelli” e nella strage dell’Isola, ma per il primo fu assolto e nel secondo si accertò che non ebbe alcun ruolo. Lo si accusò allora dell’uccisione di cinque “partigiani” e delle mogli di due di loro, senza tener conto che le decisioni in un Comando partigiano erano collettive, non venivano mai prese da uno solo, e tra i sette del Comando c’erano anche due ufficiali inglesi. Moranino inoltre aveva già rischiato la vita per delle spie infiltrate, quindi il Comando si trovò a dover decidere in fretta, per non mettere a rischio la vita dei milleduecento uomini della Divisione Nedo. Recchioni ha poi sottolineato che all’epoca dei fatti contestati vigevano le leggi di guerra: “Il bombardamento di Cassino, ad esempio, fu un tragico errore, perché in realtà nell’abbazia non c’erano armi, ma nessuno si sognerebbe di accusare gli americani che presero quella decisione, così l’uccisione delle sette persone sarebbe dunque rientrata tra le azioni di guerra oggetto dell’amnistia, ma invece venne derubricata a reato comune: omicidio per furto di quarantamila lire, in possesso di uno dei fucilati”. I quattordici partigiani esecutori materiali della fucilazione furono arrestati e alcuni rimasero sette anni in carcere, mutando di volta in volta le loro deposizioni, fino a portare all’incolpamento di Gemisto nel 1955.

“A quel tempo Oscar Luigi Scalfaro era un magistrato: più anticomunista che antifascista”, rievoca Recchioni “Ed era certo che con quell’accusa Moranino sarebbe stato condannato. In Parlamento fu chiesto un voto di coscienza e furono determinanti per incolpare Moranino
i voti dei deputati del Movimento Sociale Italiano”.

Pagano ha ricordato che quei fatti vanno letti calandosi in quegli anni terribili e in quel contesto vanno misurate e valutate le decisioni, che a distanza di anni e in una differente condizione, quelle stesse decisioni, necessariamente rapide e drastiche, possono rivelarsi sbagliate, ma vanno tutte riportate nel contesto della guerra: “Lo storico ha il dovere di studiare i fatti e dare giudizi senza essere condizionato da quello che avvenne dopo. In quegli anni il carisma di Moranino era inaccettabile e quindi doveva essere punito un simbolo: la situazione internazionale al nostro paese imponeva questo”.

Nel successivo dibattito sono intervenute persone che erano a conoscenza diretta di alcuni fatti e di alcuni dei personaggi coinvolti. E’ stata anche ricordata l’uccisione del Sindaco di Crevacuore da parte di Alfa Giubelli, che godette di tutte le attenuanti e scontò una pena irrisoria. E’ emerso che Moranino certo non fu adeguatamente difeso e sostenuto dagli stessi suoi compagni di partito: nella fuga in Cecoslovacchia fu aiutato dal PCI, ma era un modo per liberarsi di un personaggio scomodo, adottato anche in molti altri casi, perché con gli anni, e con le nuove alleanze, si moltiplicarono le figure improponibili. Moranino è e resterà una figura molto significativa della lotta resistenziale ed uno dei membri della Costituente, ma ci deve essere una ricomposizione storica, frutto di un’adeguata lettura ed analisi dei documenti finalmente resi noti.

Attraverso i nuovi documenti acquisiti sarà importante ora riscoprire il Moranino parlamentare nell’ultima legislatura, interrotta dalla morte per infarto: certamente la sua statura supera la dimensione locale e andrà studiato senza giudicare, sine ira ac studio, come scriveva Tacito, ricostruendo il suo profilo per come ha agito nella storia italiana, ritrovando quali segni abbia lasciato e restino vividi ancora adesso, a cinquant’anni dalla morte.

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