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Varallo: presentato in biblioteca il libro “Ermanno Zamboni. La sostanza dei sogni”

Il nuovo catalogo antologico delle opere dell’artista quaronese: “Ermanno Zamboni. La sostanza dei sogni”, realizzato grazie al contributo offerto dalla famiglia Gessi, è stato presentato a Varallo nel Salone dell’Incoraggiamento di Palazzo dei Musei dalla curatrice: Federica Mingozzi. Dopo i saluti del Presidente della Società d’Incoraggiamento, Mario Remogna, di Donata Minonzio, Presidente della Società Valsesiana di Cultura e Consigliere della Società d’Incoraggiamento, di Paola Angeleri, Conservatore della Pinacoteca, è intervenuto il Sindaco e Presidente della Provincia, Eraldo Botta, per portare il saluto personale e della Città ad un Artista che onora la Valsesia.

Federica Mingozzi ha scelto di “raccontare” l’artista commentando le immagini di alcune opere, disposte in sequenza cronologica, direttamente con l’Autore: “E’ un piacere ed un onore far da spalla al Maestro che ha trascorso un’intera vita a dipingere, tanto che è stato arduo selezionare le opere per il catalogo, al quale è stato affidato il suo sentire e il suo divenire”. Attraverso un artista completo come il Professor Ermanno Zamboni, l’arte moderna si collega con l’arte antica e con quella contemporanea. In una recente intervista Zamboni dichiarò che Tanzio da Varallo fu il modello cui si ispirò per lavorare sulla luce, ma nei suoi quadri emergono via via echi della metafisica di De Chirico, del surrealismo di Dalì e di molti altri artisti: un’eredità di temi da sviluppare. La tavolozza cromatica, spiega il pittore, si compone in funzione della rappresentazione pittorica: dagli anni Settanta, con “colate di colore molto denso”, si passa ad una tecnica più raffinata e ricercata per esprimere il complesso mondo interiore, che si rapporta con gli avvenimenti della storia del suo tempo: “La superficie dipinta prende vita a seconda del colore che vi si posa sopra”.

Federica Mingozzi si è detta affascinata dal modo di trattare il bianco, un non colore, difficilissimo da rendere, osservando poi come negli anni Ottanta i colori si sfaldino in modo diverso, le pennellate siano molto più armoniche, allo sfondo vengano “appoggiate” tensioni
emotive, gli incarnati femminili denuncino nuove ricerche luministiche, frutto anche dell’utilizzo di gessetti ad olio ammorbiditi con mallo di noce, come ha precisato il pittore.

Federica ha saputo con sapienza far emergere dalle parole del Maestro, centellinate come gocce di un vino prezioso, un artista completo, individuando tre sfere di attenzione: le donne, la religiosità e il sogno. Le figure umane di Zamboni sono soprattutto donne e recano un’aura di melanconia, quell’umor nero degli antichi, che non è tristezza, ma inquietudine, e siano portatrici di una bellezza senza tempo. In molti quadri di Zamboni si avverte una forte religiosità, che il Maestro definisce “religiosità laica”: “L’Annunciazione viene declinata in molti modi diversi, a volte si riduce alla sola figura della Vergine, con il carico del suo destino
e dell’accettazione della volontà divina, il sacro viene calato nel quotidiano. Le Annunciazioni degli anni Duemila sono ancora più moderne, la Vergine presenta tratti maggiori di umanità”. Colpisce in molti quadri la presenza di animali “oscuri”, come il gatto nero, o la civetta, che rimandano all’inconoscibile, al mistero che ci circonda, penetrato solo da qualche bagliore di luce.

Il sogno è il momento di contatto con la parte più profonda e più intima dell’animo umano e viene declinato in modi diversi: “L’isola dei sogni” è un’opera emblematica di questa capacità di lasciarsi andare, abbandonarsi, per poter andare oltre. L’influenza della psicanalisi ha lasciato traccia in quelle figure che rappresentano le proiezioni del nostro inconscio: spiritelli e animali oscuri, che popolano i sogni, o gli incubi dell’uomo moderno.

Altra cifra pittorica del pittore quaronese sono le nature morte, definite: “Un pretesto per mettere in primo piano qualcosa di luminoso, che portano già dentro il seme del disfacimento, inesorabilmente aggredite dallo scorrere del tempo e dagli attacchi dell’uomo”. Anche questo soggetto conosce un’evoluzione: le prime composizioni erano senza sfondo, mentre negli anni Duemila i fiori si piegano in una danza e, attraverso un intersecarsi di piani, si crea un’ambientazione. I soggetti, spesso collocati sul davanzale di una finestra che si apre sull’altrove, vengono proiettati nell’Infinito di leopardiana memoria.

I paesaggi non sono mai copie dal vero, ma evocati nella memoria, interpretati dalla sensibilità dell’artista: si potrebbe parlare in taluni casi di “realismo magico”, di compenetrazione della realtà con la magia.

“Le ultime opere sono così nuove che io stesso quasi non mi riconosco più, sono quasi tutte figure femminili che osservano la realtà che le circonda”: Zamboni ha spiegato come l’idea di un quadro cresca e si perfezioni con il progredire del lavoro pittorico, che ha bisogno di soste, di ripensamenti, in cui i “pentimenti” svelano un nuovo sentire. Al termine della presentazione è intervenuta la psichiatra Marinella Mazzone, che con il marito Giovanni Turcotti a lungo frequentò l’accogliente casa di Ermanno Zamboni, accolti dalla moglie Marisa e dal gigantesco cane scuro con sul dorso un gattino, che era molto a suo agio: “Dopo cena scendere nello studio era un’esperienza davvero unica.

Devo poi ringraziare Ermanno che, qualche anno fa, accettò generosamente di fare un corso di pittura e disegno per i ragazzi del Centro Diurno di salute mentale: per una decina di pomeriggi si recò a Caneto e si instaurò un bellissimo rapporto. Al termine di quell’esperienza, in collaborazione con Donatella Rizzio, fu organizzata una mostra dei lavori realizzati, che fu molto apprezzata”. Umanità ed Arte si coniugano in una lunga ed intensa esperienza di Vita.

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