Spazio ai lettori

In ricordo di Angiolina Bellini vedova Bassoli

In Volta la carta, una canzone del cantautore genovese Fabrizio De Andrè, la protagonista è Angiolina: “Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu… Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica…

Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more… Angiolina ritaglia giornali, si veste da sposa, canta vittoria…”. Il testo, non facile da decifrare, mi è tornato alla memoria la sera in cui è stato recitato il rosario per Angiolina Bellini, vedova Bassoli, nella chiesa di San Giacomo, appena oltre il Ponte De Varade, quando si entra in Varallo Vecchio, un mondo diverso, una Comunità molto unita. I Confratelli della S. Trinità idealmente si stringevano accanto ad Ester e a Roberto, i figli di Angiolina.

L’Angiolina della canzone “chiama i ricordi col loro nome”, è una persona che non subisce il passato come una pressione insopportabile, ma è in grado di dare un senso alla propria esistenza trascorsa, ed è per questo che “finisce in gloria”, proprio come l’Angiolina varallese, protagonista di una lunga vita – aveva superato il secolo – temprandosi attraverso le vicende nelle quali era stata coinvolta. Gioie, dolori, momenti di felicità e giorni difficili: tutto fluisce nel quotidiano scorrere della vita, che resta un mistero per l’uomo, che non conoscerà mai la fine della storia qui sulla terra.

E’ stata una donna speciale: da San Benedetto Po, era giunta a Varallo nel 1950, il marito lavorava per l’ENEL e Angiolina gli era accanto, come sposa, come madre dei loro figli. Wolmer amava intonarle il celebre canto alpino: Oi Angiolina bell’Angiolina, che fu ripreso anche da Gigliola Cinquetti e Orietta Berti. Don Roberto Collarini, prevosto di Varallo, nella chiesa di San Giacomo, dove è stato recitato il Rosario, ha descritto Angiolina come una donna allegra, forte, decisa, di carattere, che però sapeva essere affettuosa, premurosa e “presente”. Partecipava alla vita sociale, sempre pronta a “dare una mano”, ma non amava comparire. Per il suo centesimo compleanno era stata festeggiata, ma non volle né articoli, né tanto meno fotografie: le persone che l’hanno conosciuta ed amata ne conservano il ricordo nel cuore.

Da un anno e mezzo era allettata, ma la vicinanza affettuosa dei figli, con le loro famiglie, e degli adorati nipoti Francesca e Federico, era per lei motivo di gioia e di orgoglio. Sempre la sostenne la Fede, una Fede semplice, cristallina, che non contemplava dubbi, come ha ricordato durante la messa funebre in Collegiata, Don Alessandro Ghidoni, venuto da Cannobbio per celebrare il funerale, come le aveva promesso quando era stato ordinato sacerdote. Il padre Alberto, valente organista, ha accompagnato con grande partecipazione il rito. Angiolina aveva visto crescere Alessandro, al quale era legata anche da vincoli di parentela: si era rallegrata e commossa per la sua scelta di diventare sacerdote, gli aveva confidato che, ogni volta che le era stato possibile, era salita a piedi al Sacro Monte, passando davanti alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie: era il suo pellegrinaggio.

Prima di partire per l’ultimo viaggio che l’avrebbe riportata a casa, nel piccolo cimitero della bassa mantovana, dove da tempo era pronto per lei un posto accanto al marito Wolmer, ha voluto che il suo feretro, coperto di fiori, sostasse davanti alla Cappella della Madonna Incoronata, in un estremo omaggio, mentre in chiesa risuonava l’Inno all’Incoronata. Per i non varallesi forse è difficile comprendere fino in fondo questa profonda devozione, ma su tutti, in quel momento sospeso, è scesa una grande pace. Angiolina è stata salutata con i colori della speranza: la montagna si era liberata dalle umide velature grigiastre, mostrando uno squarcio d’azzurro illuminato dal sole che riscaldava i colori dei boschi autunnali.

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