Spazio ai lettori

In ricordo di Giulio Quazzola

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bel ricordo da parte di Piera Mazzone.

“Sono nato a Varallo Vecchio, in via Scarognini, al numero 32, alle 5 del mattino del 3 maggio 1928, però mi hanno sempre fatto credere che sono caduto da un carro di zingari e la mamma mi ha raccolto”: con queste parole iniziava il racconto di Giulio Quazzola che nel 2016 mi chiese di aiutarlo a scrivere le sue memorie per i nipoti.

Giulio ogni anno nell’approssimarsi del 25 aprile mi portava del materiale per allestire la vetrina della Biblioteca, ricordando la nascita della nostra Repubblica. Raccontava che il primo vero dispiacere della sua vita risaliva ai primi anni delle scuole elementari: “Allora era obbligatorio presentarsi al sabato con la divisa fascista. Il primo grado della divisa (Figlio della Lupa) consisteva in un paio di pantaloncini corti, di colore grigio verde, camicia nera, berretto nero col fiocco, doppia striscia bianca con al centro una M metallica. Mentre in casa mi provavo la divisa, entrò mio fratello Ettore, mi guardò e mi disse: “Ora non sei più il figlio della mamma, ma sei un figlio della lupa”. A quelle parole reagii in modo disperato abbracciando la mia mammetta e piangendo le dissi: “Io sono tuo mamma e non il figlio della lupa”.

Quest’anno, il 7 novembre, Giulio avrebbe dovuto ricevere la cittadinanza onoraria da parte del Comune di Rossa, come unico superstite ancora in vita dell’eccidio nazifascista del 7 novembre 1944, tristemente noto come: “Eccidio del Fej”, ma a causa del Covid la cerimonia è stata rimandata e Giulio è mancato.

La sua esperienza di partigiano combattente è stata raccontata in un libro-testimonianza. Vorrei ricordare la sua vicenda umana come paradigmatica di una generazione che, dopo l’esperienza devastante della guerra, contribuì con entusiasmo e determinazione a ricostruire un paese distrutto fisicamente e moralmente.

Giulio non era portato per lo studio e quindi terminata la quinta elementare cominciò a lavorare: “A tredici anni non ancora compiuti andai a Milano, dove mio padre artigiano bottaio, cercò di insegnarmi il mestiere. Ma anche
questo non faceva per me, però rimasi in quella città più di anno, fino a che, tramite un conoscente, mi assunsero come operaio apprendista meccanico presso una succursale dell’Isotta Fraschini, che si trovava in via Vitruvio, una traversa da viale Montenero a porta Vittoria”.

Giulio ricorda che finita la guerra: “Ritornammo in famiglia, io e mio fratello Walter, pure lui partigiano, finanziariamente più poveri di prima: possedevamo una sola giacca decente in due. Ce la scambiavamo a seconda delle circostanze (tra l’altro per me aveva anche le maniche un po’ corte). Le divise da partigiano le abbiamo sfruttate come abiti borghesi. Eravamo entrambi disoccupati. L’unico lavoro che ci dava qualche introito era andare a caricare i camion con rimorchio di legna da ardere, ai tempo molto richiesta. Io dopo un po’ di tempo andai a lavorare a Torino a tagliare e spaccare legna, consegnandola a domicilio, con dei carretti a mano”.

Nel 1950 Giulio iniziò a lavorare alla Manifattura Rotondi e nel 1952 sposò Tilde: “L’anno successivo è nata Maura: la gioia più grande l’ho provata stringendo tra le braccia quel fagottino: la mia bambina”. Nel 1958  nacque il secondogenito: Pierangelo. Nel 1961 Giulio fece la scelta decisiva che coinvolse l’intera famiglia: accettò un lavoro in Nigeria, sempre nel
settore tessile, poi si trasferirono tutti in Congo, dove il clima era migliore. Nell’inverno del 1967 tornò definitivamente in Italia e a Varallo per qualche anno gestì il distributore di benzina davanti al Motel Agip. Dopo la morte del figlio in un incidente automobilistico nel 1975, lasciò il distributore ed aprì un piccolo negozio di pantofoleria per sua moglie, con la speranza di aiutarla a superare quel grande dolore. La famiglia aumentò: “Io e la
Tilde, che eravamo diventati nonni a quarantadue e trentanove anni, diventammo bisnonni a settantadue e sessantanove”.

Il 16 gennaio 2010 morì Tilde e per Giulio iniziarono anni difficili, anche se era sempre circondato dall’affetto di tutti i suoi famigliari: “Ogni anno che passa la mia salute peggiora e i miei acciacchi si moltiplicano. Il cuore fa le
bizze, i ginocchi saltuariamente fanno male, mi ammalo con più facilità, forse sto invecchiando. Non lo so, malgrado tutto cerco sempre di reagire”. Giulio fu sempre parte attiva dell’ANPI e più volte portò nelle scuole la
sua esperienza, perché credeva molto nei giovani ai quali consegnava la testimonianza di una generazione che aveva perso gli anni migliori a causa della guerra ed aveva lottato per costruire un paese democratico.

Giulio resterà in questa valle: le sue ceneri saranno disperse all’Alpe Fej, come lui desiderava, e tornerà quel ragazzo dai sogni grandi. Di lui mi resta il ricordo di una persona buona e generosa e quelle cornici di legno che mi donava per “metterci dentro solo cose belle” come sottolineava ogni volta.

Piera Mazzone

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