Spazio ai lettori

In ricordo di Lucia Rina Valazza

Perché qualcuno ha spento la ribalta mentre stavo afferrando la nota più pura,  più pura di quanto pensassi più di quanto avessi mai amato?”
Armando De Francesco

E’ uscita di scena da gran’attrice qual’era…non ha aspettato gli applausi, si è eclissata con il fruscio del sipario che si chiudeva. La sua “commedia” l’ha scritta, diretta e interpretata magistralmente, tre atti brevi.

Lucia Rina era nata a Romagnano, ma il suo lavoro di infermiera l’aveva portata lontanoa condividere, speranze e dolori, prima in sanatorio, per l’assistenza ai tubercolotici, poi in un Istituto Oncologico Infantile di Milano. Quando avevo saputo il suo “mestiere” o piuttosto “missione”, avevo immediatamente pensato al personaggio di Nonna Rosa in: “Oscar e la dama in rosa” di Eric-Emmanuel Schmitt, la vecchina coraggiosa che accompagna il bambino Oscar, malato terminale di leucemia: “Fanno come se si vemisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire”. “Hai ragione Oscar. E credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali”.

Lucia Rina si era sposata con Armando De Francesco, del quale nel 2021 aveva pubblicato un libro di poesie postumo: “Sono vissuto per arrischiare il cielo”. Dopo essere rimasta vedova nel 2013, era tornata in Valsesia, prendendo dimora a Casa Negri, una frazione di Grignasco, riprendendo un rapporto affettuoso con il territorio e con la “lingua del cuore”, quell’antico dialetto che sapeva declinare in poesia e in prosa, recuperandone le valenze dei registri colti e di quelli teatrali.

“Lassa chi ‘t varda döss, Bambin Gisü cun i méi öcc ch’jin vecc, chi sciaru piü!”: la sua interpretazione de La Vecchina, nella rappresentazione dell’Epifania a Romagnano, è rimasta nel cuore di tutti coloro che vi hanno partecipato, anche una sola volta, ma non saranno dimenticate neppure le rivisitazioni di uno dei capolavori teatrali seicenteschi più conosciuti del nobile madrileno Calderòn de la Barca: La vita è sogno, “La vita l’è un sogn”, ambientato in una Polonia immaginaria, attualizzato mantenendo il senso profondo racchiuso nella pièce: solo Lucia Rina poteva tradurre senza tradire, anzi, nascondendo sotto l’apparente aspetto dimesso del dialetto romagnanese, la grandezza visionaria. Quell’interpretazione, unita ad un episodio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni“romagnane sizzato”, erano stati proposti in una serata, organizzata da Marisa Brugo, allora Presidente dell’Associazione La Nosta Gent,con la collaborazione della Compagnia “Attori per caso”, della quale Lucia era una delle colonne portanti.In occasione della presentazione del “Taquin da Rumagnan” 2021, il calendario dialettale edito dal Museo Storico Etnografico di Villa Caccia, con Giuseppe Fanzaga e Pier Giorgio Innaciotti, Lucia Rina aveva,ancora una volta,contribuito a far emergerela vita e l’espressività del dialetto.

La sua ultima poesia, inviata alla diciottesima edizione del concorso nazionale di poesia: “Il castello di Sopramonte”, organizzato dal gruppo Alpini di Prato, in collaborazione con il Comune di Prato Sesia, “Quarésma a Mariupol”, parla di quel “culur a dla miseria” e s’interroga: “Chi ca na spiéga què clè l’umanità?… / …suma ancù bòi da visché al Ceru dla Pasqua / se denta da nui la fiamèla l’è smursà?”.

Ora che Lucia Rina sei di Là, in buona compagnia, fammi trovare quella “mimoria scundùa du col ch’i son”, perché: “Per vëgghi ciar guà pudì farmèla, / për mi e për tücc la pudaria s-ciarè / da ntè ch’i gnoma, ‘ntè ch’i vuroma andé.”

Piera Mazzone

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