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Serravalle Sesia: intervista al novantacinquenne Ing. Rodolfo Lamine

Per molti il paese di origine è solo un dato anagrafico, per altri è una connotazione affettiva forte, un affettuoso legame che attraversa il tempo e gli spazi.

Emilio Lamine era un famoso chef che a Serravalle gestiva il rinomato Albergo D’Asti. Il fratello Aldo Lamine, un ragazzo del ’99, che aveva combattuto sul Grappa, dopo le Scuole Tecniche e un impiego dai Tonella di Pray, con la moglie Francesca, che prima del matrimonio era stata insegnante a Piane, si trasferì a Milano, dove un cognato del nonno gestiva un’avviata attività commerciale.  Francesca volle tornare a Serravalle per partorire con il conforto dei suoi genitori: il 4 settembre 1927 nacque Rodolfo. Il primo Natale lo festeggiò già a Milano, ma quel filo sottile chiamato Destino, nei mesi estivi, e poi negli anni di guerra, per allontarsi dalla città diventata pericolosa per i bombardamenti, lo riportò sempre a Serravalle. Percorse gli anni del Liceo Classico a Varallo in una volata in bicicletta, proseguì gli studi al Politecnico di Milano, dove si laureò Ingegnere Industriale. Nel 1959,  a soli trentadue anni, era già Direttore della Cartiera dove lavorava: fu l’avvio di una brillante carriera che lo portò a progettare, realizzare e dirigere uno stabilimento cartotecnico di dodicimila metri quadrati a Sesto Fiorentino: “I lavori iniziarono il 1 settembre 1963 e il 24 febbraio dell’anno successivo iniziò la produzione”, ricorda mostrando il primo quaderno uscito dallo stabilimento e donatogli dagli operai con una dedica. Come Direttore Generale dovette affrontare scelte difficili: “Dei seicento operai ne dovetti licenziare molti: cercai di scegliere pensando alle famiglie e anche i Sindacati compresero quel progetto che salvò l’azienda dal fallimento”.

Il lavoro per l’Ingegner Lamine fu sempre un mezzo e mai un fine: lo rispettava, ma non ne fu mai schiavo.

Dopo gli anni fiorentini ricordati con molto affetto, nei quali nacquero amicizie che durano ancora oggi, ci fu il ritorno a Milano, alle Cartiere Binda. Nei due anni successivi in veste di direttore centrale tecnico, si trovò a gestire mille operai. Lavorò fino al compimento dei sessant’anni, perché era ben conscio del valore della vita e volle stare accanto alla moglie Angela Bondonno, sposata nel 1955, una signora, elegante e distinta, che lo seguì sempre nei suoi spostamenti, sostenendone le scelte: “Angela non si è mai lamentata: aveva fiducia in me”. Viaggiarono molto, sempre in automobile, percorsero le strade d’Europa, apprezzando il bello e concedendosi il tempo di godere della reciproca compagnia. L’ingegner Lamine ha la patente da più di settant’anni e guida con perizia e competenza una elegante Lancia Lybra, di grossa cilindrata. Pur risiedendo a Milano, Serravalle restava il “buen retiro”, cui tornavano con assiduità, per incontrarsi con i numerosi amici e con i nipoti ai quali erano molto legati. La luminosa casa di Viareggio, con il mare di fronte, divenne il rifugio nei mesi invernali. La morte di Angela non ha certo interrotto quella “corrispondenza d’amorosi sensi”, restano i ricordi e una dolce nostalgia. Ancora oggi Rodolfo, con la fedele Raissa, divide il suo tempo tra la Versilia e la Valsesia, senza mai annoiarsi perché impegnato nella lettura quotidiana dei giornali e nel realizzare ingegnosi “origami” con la carta, illustrando raffinati biglietti augurali, accogliendo gli ospiti e rendendosi utile a coloro che chiedono il suo aiuto.

E’ un elegante poeta dialettale “per caso”: “Nel 1998 l’amico Ferruccio Mazzone mi invitò a partecipare al Pinet Turlo: composi “Al fungiat”. Avendo sempre amato la poesia, trovai nel sonetto la mia forma ideale e l’antico linguaggio serravallese, in cui si esprimevano i miei nonni e i miei genitori, rifluì con naturalezza”. Il “corpus poetico” di Rodolfo Lamine è racchiuso in una ventina di poesie, che lui recita a memoria, con lo sguardo che sfoglia l’album dei ricordi, racchiusi nelle fotografie che ripercorrono un’intera esistenza: “Avevo tanti amici a Serravalle, ma erano tutti più vecchi di me e quindi sono rimasto solo, ma guardo sereno al futuro, con i nipoti e i pronipoti, ringraziando il Signore per avermi concesso una vita piena di soddisfazioni, e una moglie come Angela”.

Mentre chiacchieriamo nello studio che si affaccia sul corso, riecheggiano i versi di “Genè”: “Vol ad cruass bragiant sü la campagna; / candlot ad giass chi pèndo tame urgin / dai bord di tec’ e suta la grundana; / ram sec e foie morte nti giardin”, queste “Giurnà trop cürte” inducono a congedarsi con un sorriso ed un arrivederci, non senza gli affettuosi auguri di inizio anno e la: “Voia ca passa ‘l frec’, quand l’è sera, / visché ‘l camin par sente ‘n po’ ‘d calor / e vardé ‘l föc sugnand la primavera”.

Piera Mazzone

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