Spazio ai lettori

Spazio ai lettori: anche Bruno Gambarotta ricorda Benito Mazzi

“Perdo un amico, un uomo innamorato della sua piccola patria”.

La scomparsa di Benito Mazzi non è stata purtroppo imprevista ma non perciò meno dolorosa. Io perdo un amico, la Val Vigezzo il suo cantore, anche se lui si è sempre sottratto ai miei tentativi di assegnargli questo ruolo. In un tempo in cui tutti si proclamano scrittori, Benito Mazzi voleva indossare le vesti di semplice cronista. Portava come prova il fatto che i suoi racconti non erano frutto dell’invenzione.

Ma scrittore lo è stato, collocandosi senza riserve nel solco della plurisecolare tradizione della grande novellistica italiana. Ha usato l’arida cronaca, questo materiale inerte, nel disegnare il ritratto di personaggi indimenticabili.

Di volta in volta, in oltre 50 anni di attività, con più di cento pubblicazioni, ha risposto alle più varie sollecitazioni del momento, con la modestia di uno che non pretendeva di avere in mente un disegno preciso, un progetto globale. La sua voce non è stata mai quella distaccata e fredda dello scienziato sociale che registra gli eventi e il loro contesto e per spiegare le leggi che li governano cerca di non farsi contaminare dall’emozione. Ha dipinto quadri di vita della Val Vigezzo che ricordano quelli di Pieter Bruegel il Vecchio, penetrando nella sostanza del parlato, con una naturalezza contraria ad ogni facilità narrativa. L’intonazione particolare della voce di Benito Mazzi ha orchestrato i vari registri del linguaggio e ogni volta ha soffiato per rianimare la brace ardente di ciò che chiamiamo vita. Non è mai stato equidistante. Ecco quindi l’invenzione di una lingua plastica che si modellava perfettamente al modo di esprimersi dei protagonisti, dei comprimari e del narratore.

Abbiamo perso un amico, un uomo per bene, animato da passioni civili, innamorato della sua piccola patria, senza mai nascondersi le asprezze e le contraddizioni della sua gente.

In ogni occasione di incontro, nei giorni del festival “Sentieri&Pensieri”, lo esortavo a progettare il grande “Romanzo della Val Vigezzo”, un arazzo dipinto tassello dopo tassello, frutto del lavoro di una vita, di una tale ricchezza e varietà quale poche altre località possono esibire. E ogni volta Benito si sottraeva, spiegando di non essere in grado di farlo. Qualcun altro, forse….

Penso che, per ricordarlo e celebrarlo degnamente, dobbiamo essere noi a prendere questo impegno, per collocare Benito Mazzi al posto che merita nel panorama della letteratura italiana del ‘900.

Bruno Gambarotta

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