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Varallo: Mary Shelley/Victor Frankenstein

Varallo, Teatro Civico: debutta nella stagione teatrale come spettacolo fuori abbonamento:
Mary Shelley / Victor Frankenstein

Sabato 24 novembre, nella stagione teatrale varallese, ha debuttato lo spettacolo fuori abbonamento: Mary Shelley / Victor Frankenstein, di Francesca Pastorino, interpretato da Francesca Pastorino, Graziano Giacometti, Daniele Conserva e Veronica Ragozzi.

L’inquadramento storico è stato curato da Piera Mazzone “evocando” l’Ottocento, il secolo del Positivismo, del trionfo del Razionalismo e della cultura scientifica, che però si portava dentro i suoi lati oscuri: dalla rana di Galvani, che percorsa dall’elettricità si contrae, agli esperimenti di Aldini, allo spiritismo delle sorelle Fox, le “medium” per eccellenza, che non era affatto un passatempo per beghine, ma qualcosa cui si appassionarono uomini come Victor Hugo, Lombroso, Conan Doyle e Fermi, al mesmerismo, teoria elaborata dal medico tedesco Franz Anton Mesmer (1734-1815), il quale suppose la presenza, nei minerali e negli esseri viventi, di un «magnetismo vitale» che riteneva potesse essere usato, da individui che ne fossero eccezionalmente dotati, a fini terapeutici; tale ipotesi costituì un tentativo di spiegazione del fenomeno dell’ipnosi. Non è un caso che proprio in quel secolo nascano capolavori come: “Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mister Hyde” di Stevenson, che nell’Inghilterra vittoriana, mostrò come bene e male coesistessero nello stesso individuo e ciò non potesse essere ignorato, e che, al contempo, Edgar Allan Poe denunciasse il lato oscuro dell’America di fine Ottocento.

Mary Shelley, scrittrice inglese orfana di madre, scrisse Frankenstein, la novella gotica forse più famosa, ancora giovanissima, pubblicandola anonima duecento anni fa, nel 1818. Con la scrittura Mary Shelley diede voce alle inquietudini del suo inconscio riscuotendo subito un enorme successo proprio per la carica di “verità” dello scienziato che non si rassegna alla morte della madre e cerca di oltrepassare i confini tra vita e morte, creando un essere che gli appare mostruoso, ma che invece lo considera un padre. Purtroppo pochi oggi leggono l’originale letterario, ma basano la loro conoscenza sulle numerose trasposizioni cinematografiche, confondendo spesso il creatore con la Creatura.

Il debutto serale dello spettacolo era stato preceduto da un matinée offerto agli studenti delle classi terze della locale Scuola Media e delle classi quinte dell’Istituto Ragioneria.

/> La solitudine di Victor/Francesca è chiara sin dalla prima scena: il funerale della madre Caroline e dal dolente commiato con il padre per andare a Ingolstad a studiare. Frankenstein, privata dell’elemento soprannaturale, è la storia di una famiglia distrutta, di incomprensioni tra padri che rifiutano i figli, di solitudine: “Perfino l’animale più feroce ha degli affetti… Non condannarmi alla solitudine”. Nello spettacolo andato in scena a Varallo emerge con forza il tema della ricerca di affetto, la voglia di sconfiggere la solitudine, il desiderio di vincere la morte, anche andando contro natura. Victor Frankenstein la notte in cui risvegliò la Creatura, rifiutandosi subito di riconoscerla, sogna e proprio quel sogno, rappresentato in un video molto suggestivo, diventa la chiave per comprendere il senso dell’intero racconto. L’interpretazione dolente ed essenziale dei quattro attori, basata più sui toni di voce, sui gesti, sugli sguardi, che sull’azione, si avvale della presenza in scena di pochi oggetti evocativi.

Victor e la Creatura si osservano e scoprono che le loro mani sono identiche, i loro volti hanno gli stessi tratti, si guardano a lungo, esplodendo in un urlo muto.

L’attualità dello spettacolo si può trovare anche nel rapporto con la diversità: sempre difficile da costruire e soprattutto da instaurare perché l’uomo è spesso vittima di pregiudizi, che gli impediscono di vedere oltre l’apparenza.
I neri nastri del lutto trattengono Victor Frankestein dal superare gli invisibili confini tra vita e morte, cercando di dare un senso al dolore, trasformandolo in qualcosa di positivo che induce a cercare.

La storia ha avvinto il numeroso pubblico perché generata da un dolore realmente vissuto, amplificata e sorretta da una sceneggiatura fedele, ma non “soffocata” dalle oltre duecento pagine del romanzo, e soprattutto da una recitazione a fior di labbra, giocata con gli sguardi, con i gesti, che emergevano dal silenzio e dal buio, amplificati da brani musicali suggestivi.
Nel foyer del teatro si raccoglievano offerte per la lotta contro la fibrosi cistica, una malattia terribile, la più comune delle malattie genetiche rare gravi, degenerativa, incurabile, a esito infausto. Si tratta di una patologia multiorgano, poiché porta a insufficienza pancreatica e respiratoria a causa di un progressivo accumulo di muco viscoso.

 

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