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In ricordo di Giorgio Tiraboschi

Lettera aperta di Ferruccio Baravelli

Insieme sulle roccette della vita: il mio ricordo di Giorgio Tiraboschi

Ci sono incontri che sembrano scritti nel destino, di quelli che si fissano nella memoria superando i confini del tempo. Era la metà degli anni Settanta – saranno stati il ’73 o il ’75 – ed ero solo un ragazzino di quattordici o sedici anni. Stavo salendo da Punta Indren verso la Capanna Gnifetti insieme al mio pastore tedesco, un cane speciale dotato di un’incredibile e insolita attitudine per l’arrampicata.

Arrivato sulle roccette Casati prima del rifugio, però, la situazione si fece difficile: il cane scivolò un paio di volte e la paura di vederlo cadere mi paralizzò. Stavo ormai valutando di rinunciare, quando sul tracciato comparve Giorgio Tiraboschi insieme a sua moglie. Gli bastò uno sguardo per capire l’affanno in cui mi trovavo. Con quella concretezza e quella bontà d’animo che lo avrebbero guidato per tutta la vita, Giorgio non esitò un istante: «Se vuoi salire, imbraghiamo il tuo cane alla mia corda, così se scivola rimane appeso in sicurezza con noi». Improvvisò un’imbragatura su misura, il cane si lasciò guidare con calma e salimmo in cima insieme. Lassù, mentre tutti stentavano a crederci, Giorgio sorrideva confermando: «Si è vero, quel cane lupo è salito dalle roccette Cassati!». Quella fu la prima volta. E prima di salutarmi, con un misto di affetto e severità, mi redarguì bonariamente: «Non vorrei fare mai più una cosa del genere!».

Anni dopo, le nostre strade si incrociarono di nuovo. Eravamo ad Alagna a festeggiare una delle grandi imprese himalayane di Silvio Mondinelli e tra i soci qualcuno mi prese da parte per mettermi in guardia: «Statti attento, ora che Tiraboschi diventa presidente della sezione di Varallo ce l’avrai dura, è un uomo di polso con cui non si fa quello che si vuole». Io però non ero affatto preoccupato: sapevo bene che tipo di uomo fosse.

Quando tra il 2003 e il 2009 Giorgio assunse la presidenza del CAI di Varallo, tra di noi nacque una collaborazione splendida. C’era una differenza d’età notevole e ruoli ben diversi, sia nella vita che all’interno del sodalizio, eppure ci capivamo al volo, in un dialogo sempre franco e costruttivo. Ne fu la prova lampante quello che accadde quando io e Paolo Erba – che poi sarebbe diventato a sua volta presidente – fummo bocciati alle selezioni come accompagnatori regionali dell’Alpinismo Giovanile, per motivi discutibili (usando un eufemismo) di cui non è questa la sede per parlarne. Chiamai Giorgio a caldo, amareggiato. La sua risposta fu immediata e di una lucidità disarmante: «Non perdete un solo minuto. Venite via subito da quel posto, tornate qui e continuate a fare esattamente quello che avete fatto fino ad oggi. Rispondo io per voi». Questa era la sua grandezza: non si fermava alle formalità o ai pettegolezzi, ma sapeva guardare dritto negli occhi chi conosceva sul campo e vedeva con quanta dedizione portavamo avanti il GRIM. Per questo il GRIM negli anni della sua massima ripresa non chiuse i battenti e ancora oggi è così attivo.

Quella fiducia profonda si confermò anche quando emersero tensioni e problemi all’interno dell’alpinismo giovanile, a livello sezionale e regionale. Gli stessi che causarono la nostra bocciatura. Arrivai a dirgli apertamente che, se non si fosse trovata una soluzione, il nostro gruppo avrebbe rischiato di allontanarsi dal CAI. Di fronte a quel bivio, Giorgio dimostrò di essere un vero leader. Non si chiuse a riccio: ascoltò, comprese le criticità e trovò una via d’uscita geniale. Poiché staccare formalmente il GRIM dall’A.G. non era percorribile, decise di rendere autonomi i quattro gruppi dell’alpinismo giovanile di Varallo, ponendoli sotto la supervisione del vicepresidente Roberto Cairo. Da quel 2004 in poi, quella scelta permise a tutti di viaggiare in armonia e senza attriti per vent’ anni, facendo volare la passione dei più giovani per la montagna.

Anche quando la sua presidenza arrivò a conclusione, il nostro legame non si è mai spezzato. Ci risentivamo sistematicamente a Natale per gli auguri e ci chiamavamo spesso per raccontarcela un po’. Ci si vedeva alle assemblee del CAI, dove mi offrivo sempre di andarlo a prendere tra Milano, anche se lui, con la solita tempra, preferiva venire in autonomia con la sua auto. Di recente avevamo organizzato una video intervista per ripercorrere la storia della costruzione della nuova Capanna Margherita; purtroppo, per motivi indipendenti da noi, non riuscimmo a concretizzarla e ci rimanemmo male entrambi, anche se fui felice di sapere che in seguito era comunque riuscito a registrare quella memoria storica per una tv o sito web.

Negli ultimi tempi avevo saputo del suo ricovero in struttura e della progressione di quella malattia invalidante che lo stava affaticando. Tramite la figlia Stefania ho cercato di essergli vicino con il pensiero, fino alla notizia della sua scomparsa, che mi riempie di profonda tristezza.

Nonostante la differenza di età, l’ho sempre considerato un amico: un amico duro, severo, ma immensamente sincero, saggio e lungimirante. Spero con tutto il cuore che sia stato così anche per lui.

Di Giorgio mi resta un’immagine impressa nell’anima, nitida come una fotografia che il tempo non potrà mai sbiadire: lui con la sua salopette azzurra e la classica camicia scozzese da montagna, mentre con cura e pazienza infila l’imbragatura al mio cane per poi assicurarlo dall’alto lungo le roccette, evitandogli di farsi male. È il ricordo più bello che porterò sempre con me.

Fai buon viaggio lassù, caro Giorgio, tra le tue amate montagne.

Ferruccio Baravelli

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