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Fili di memoria: le voci, i mestieri e le storie della Valmastallone

 «Ogni filo custodisce una storia. Insieme formano il tessuto della nostra memoria.»

Fili di memoria. Storie di genti e di mestieri della Valmastallone è qualcosa che tocca il cuore.

E non lo dico per fare colpo su chi sta leggendo questo mio pensiero, ma perché è proprio la sensazione che si prova, soprattutto se ad accompagnare la visita è una persona speciale come Tiziana Tosi, estremamente coinvolta nella creazione di questo progetto.

Tiziana è infatti vicepresidente di AVAS Valsesia, l’associazione che ha fortemente creduto nella sua realizzazione, dapprima attraverso la pubblicazione di un volume e successivamente con la mostra omonima.

Fili di memoria: da dove nasce il progetto

Ma partiamo con ordine.

Fili di memoria. Storie di genti e di mestieri della Valmastallone nasce dalla raccolta delle testimonianze di persone che vivono, o hanno vissuto, in questa valle.

Il progetto è nato da un’idea di AVAS Valsesia ed è stato possibile realizzarlo grazie al supporto di Fondazione Valsesia e la Cassa di Risparmio di Vercelli attraverso il bando Valore alla Cultura, e di ISTORBIVE – Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, con il prezioso contributo del compianto professor Alessandro Orsi, di Barbara Calaba, pedagogista esperta in raccolte di storie di vita, che ha raccolto e trascritto poi tutte le testimonianze e di Antonella, volontaria AVAS che ha supportato nella stesura del libro.

Le testimonianze raccolte sono diventate anche voci da ascoltare grazie a Daniele Conserva, Tiziana Tosi, Eleonora Dealberto. I racconti sono disponibili attraverso Spreaker.

Qui sotto potete ascoltare tutte le testimonianze

Dopo la pubblicazione del volume è nata la mostra, presentata lo scorso anno durante l’Alpàa e ospitata, nell’agosto di quest’anno, a Cravagliana.

Ed è qui che ho avuto modo di visitarla accompagnata proprio da Tiziana.

Un filo che prova a trattenere la memoria

Tiziana TosiC’è una frase che Tiziana pronuncia mentre mi racconta il progetto e che, secondo me, racchiude tutto il significato di Fili di memoria:

«La memoria è molto fragile. C’è il rischio che si perda, che si frantumi. E allora da qui l’idea di questo filo che la tiene in vita, la passa, fino alla fine. E così rimane.»

Quel filo nella mostra c’è davvero.

Corre tra i pannelli, attraversa fotografie, storie e mestieri e sembra quasi accompagnare il visitatore da una testimonianza all’altra.

Ma mentre Tiziana mi guida attraverso la mostra mi accorgo che, in realtà, non sto leggendo attentamente tutto ciò che è scritto sui pannelli.

Sto soprattutto ascoltando lei.

Quando le storie cominciano a prendere vita

Tiziana racconta con un trasporto tale che, quasi senza volerlo, comincio ad immaginare le scene di cui parla.

Vedo quelle persone intente nei loro mestieri, nelle case, nelle stalle, nei boschi, lungo le antiche strade, nei piccoli paesi della Valmastallone.

Ma soprattutto provo ad immaginare quelle persone mentre raccontano i loro ricordi.

Ed è forse proprio questa la parte più preziosa di Fili di memoria.

Perché dietro alle parole che oggi possiamo leggere in un libro o sui pannelli della mostra ci sono state, prima di tutto, delle voci vere.

Sono state raccolte le testimonianze di una ventina di persone della Valmastallone.

A volte gli intervistatori sono entrati direttamente nelle loro case. In altre occasioni sono stati organizzati piccoli gruppi, perché i ricordi di una persona potessero richiamare quelli di un’altra. Alcune testimonianze sono state raccolte anche a Casa Serena, dove si trovavano alcune delle persone coinvolte nel progetto.

Non si voleva ricostruire una storia ufficiale della Valmastallone.

Tiziana ci tiene molto a sottolinearlo: questo non è un racconto storico, è un racconto fatto di testimonianze.

Sono persone che raccontano ciò che ricordano. Il proprio lavoro, la vita quotidiana, le abitudini, le fatiche, i piccoli episodi e quel mondo che hanno conosciuto e vissuto personalmente.

Quelle voci che Tiziana non vuole dimenticare

Io quelle interviste non le ho ascoltate nel momento in cui sono state raccolte.

Tiziana sì.

È stata una delle intervistatrici e, mentre ne parla, torna più volte su una cosa che le è rimasta particolarmente dentro: le loro voci.

Lei se le ricorda ancora.

Ricorda il modo di parlare, le emozioni con cui quelle persone riportavano alla luce episodi magari lontani decenni.

E oggi quelle registrazioni hanno acquistato un valore ancora maggiore.

Perché alcune delle persone che hanno affidato i propri ricordi a Fili di memoria, nel frattempo, non ci sono più.

Ed è così, che una semplice registrazione smette di essere soltanto materiale raccolto per un progetto e diventa qualcosa da custodire.

E forse è proprio pensando a loro che è nato un altro grande desiderio:  un museo delle voci.

Tiziana me ne parla quasi come di un sogno nel cassetto, condiviso con le persone che hanno lavorato a Fili di memoria, creare un giorno un museo delle voci.

Un luogo nel quale quelle testimonianze possano essere conservate, ma soprattutto ascoltate.

Perché possiamo custodire una fotografia, possiamo mettere un ricordo per iscritto o raccogliere una storia dentro un libro, ma sentire la voce di chi quella storia l’ha vissuta è qualcosa di diverso.

Una voce sortisce sempre in chi l’ascolta un’emozione forte. Può essere per un tipo di accento, un’espressione, una pausa, un’esitazione, magari una risata.

Una voce porta con sé: una persona.

E quando quella persona non c’è più, poterla ancora ascoltare fa venire davvero la pelle d’oca.

Anche io sono d’accordo con questo sogno. Sarebbe davvero bello poterle ascoltare, quelle voci, mentre ricordano storie di vita vera, di fatiche, di amore, di famiglia, di speranza.

I mestieri di una valle operosa

Tra le tante memorie raccolte nella mostra, mi ha colpita in particolare quella legata al rammendo.

A Cravagliana venne istituita una vera e propria scuola del rammendo, con una maestra che insegnava alle donne questa attività. L’azienda Loro Piana forniva loro le pezze da rammendare e il lavoro divenne talmente importante da portare alla costituzione di una cooperativa che dava occupazione a molte donne della valle. Tante lavoravano anche nella propria casa, proprio come faceva la zia di Tiziana.

Ed è interessante rendersi conto di quanti lavori facessero le donne.

Fili di memoria Valmastallone mostra Cravagliana

C’erano, ad esempio, le commissionere, che scendevano a Varallo con le loro grandi gerle sulla schiena e, dietro pagamento, facevano le compere per chi non poteva raggiungere la città.

Poi c’erano ragazzine di dieci o dodici anni che andavano “a serventa”: prestavano servizio nelle case di parenti o di persone che ne avevano bisogno, occupandosi dei bambini e aiutando nei lavori domestici. Alcune si trasferivano nelle case di città lontane come Torino.

Le donne facevano le sarte, si dedicavano alla pastorizia, preparavano il formaggio, portavano sulle spalle enormi gerle o civere cariche di fieno e di altri materiali e, nello stesso tempo, si occupavano della casa e della famiglia.

E tutte, praticamente, sapevano fare il puncetto!

puncetto

Le testimonianze raccontano che questo meraviglioso pizzo, realizzato soltanto con ago e filo, nodo dopo nodo, rappresentava anche una fonte di reddito per le donne, malgrado il loro lavoro non venisse pagato molto.

Lavoravano la sera o in tutti i momenti in cui era possibile farlo, magari anche mentre sorvegliavano il bestiame al pascolo. Si racconta inoltre che un tempo il filo venisse tirato molto più di quanto si faccia oggi.

Il Puncetto resta, allora come oggi, un meraviglioso pizzo ornamentale e una delle espressioni più preziose dell’abilità manuale delle donne valsesiane.

E gli uomini?

Anche osservando i mestieri degli uomini ci si rende conto di una cosa che mi ha fatto riflettere: quante attività esistessero in questa valle stretta e angusta, dove la montagna certamente non rendeva facile la vita.

C’erano i picasass e gli uomini che lavoravano alla costruzione dei tetti in beola.

Il bosco dava lavoro ai boscaioli e ai taglialegna. Dal legno nasceva poi un altro mestiere, quello dei bottai, capaci di trasformarlo in botti, secchi, mastelli e recipienti di ogni genere. Un lavoro che richiedeva abilità e precisione, perché ogni doga doveva combaciare perfettamente con l’altra.

E poi c’erano i carbonai.

Nei boschi preparavano le carbonaie: grandi cataste di legna ricoperte di muschio e terra che dovevano bruciare lentamente per giorni, continuamente controllate affinché la legna non prendesse fuoco ma si trasformasse in carbone.

La mostra racconta persino di una piccola fabbrica metalmeccanica a Brugaro, frazione di Cravagliana, che dava lavoro ad alcune persone e produceva, tra le altre cose, ingranaggi in ottone.

Più guardavo quei pannelli e più pensavo a quanta vita, quanta capacità e soprattutto quanto lavoro ci fosse dentro questa valle.

Da questa bella mostra e dal libro esce il ritratto di una Valmastallone fatta di grandi lavoratori e grandi lavoratrici. Persone capaci di adattarsi a un territorio difficile, di utilizzare quello che la valle offriva e di tramandare saperi che per molto tempo sono passati semplicemente da una generazione all’altra.

Ed è forse proprio questo che mi porto a casa dopo aver visitato Fili di memoria.

Non soltanto il ricordo di mestieri che oggi sono scomparsi o profondamente cambiati, ma soprattutto quello delle persone che li hanno vissuti.

Continuo a pensare a quelle voci che Tiziana dice di avere ancora così nitide nella memoria. A uomini e donne seduti nelle loro case mentre raccontano un pezzo della propria vita, magari senza immaginare che quelle parole sarebbero diventate un libro, una mostra e qualcosa da custodire per chi verrà dopo di loro.

E allora sì, quel museo delle voci mi piacerebbe davvero poterlo visitare un giorno.

Perché i mestieri si possono raccontare, gli oggetti si possono conservare, le fotografie si possono guardare.
Ma una voce ha qualcosa in più: per qualche istante ci restituisce la persona.

E forse è proprio questo il filo più prezioso della memoria.

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